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lunedì 28 aprile 2008

L'atleta e la sua grupie

L’atleta e la sua grupie
Nello sport troviamo un modello del passato che si rinnova

Ho già parlato altrove del tifo. Come al solito mi concentro sul rapporto che sussiste fra atleta e il suo mondo e sulla relazione che si crea fra l’atleta e chi dialoga e interagisce con lui. Ho notato che soprattutto nel mondo del calcio e in maniera meno evidente in altri sport come il ciclismo, l’automobilismo e il motociclismo l’atleta è seguito da un tifo particolare, quello della grupie.
Rubo il termine alla musica per definire una fan che entra nella vita privata del suo eroe e stabilisce con lui un dialogo intimo che va al di là della sua presenza sul campo di gara e del suo ruolo di incitatrice. Parlo prevalentemente al femminile perché è un fenomeno, quello della grupie sportiva, che secondo me si manifesta solo in presenza di atleti maschi. La grupie è una donna ed assume alcuni stereotipi femminili duri a morire: è il bell’oggetto accanto all’idolo. Non me ne vogliano le tifose che leggeranno perché non mi riferisco a tutte le donne ma solo ad una tipologia e perché se osserveranno il mondo che frequenta, si renderanno conto che questo che descrivo è un fenomeno in evoluzione e presente nei luoghi sportivi. In evoluzione perché la grupie è spesso ora come allora una testa pensante, non solo un oggetto e usa sé come oggetto piuttosto perciò la grupie non solo si organizza ma segue e programma la propria attività di fan divenendo essa stessa fenomeno di moda accanto a chi è oggetto di comunicazione: l’atleta. In evoluzione perché la grupie da spettatrice passiva assume spesso il ruolo di consulente e compagna dell’atleta a lei vicino.
Perché si verifica il fenomeno grupie-atleta? Quali connotati evidenzia tale relazione? Proviamo a rifletterci. Innanzi tutto la grupie e non le grupie: una sola persona segue accanitamente il suo eroe e spesso condivide con lui vita pubblica e privata. Può essere una fan che poi approfondisce la relazione al di là del campo di gara o una persona conosciuta privatamente che diviene la prima fan dell’atleta, colei che ne condivide gioie e dolori in campo e fuori. Poterebbe essere semplicemente la sua compagna di vita e spesso ciò accade. Ma la grupie nasce con altre esigenze che accompagnano sia lei che colui che gode delle sue attenzioni. La grupie vede nell’atleta l’oggetto del desiderio; l’eroe che vince in battaglia e la fa sognare. La componente erotica di questo rapporto è molto forte e sicuramente molto piacevole per entrambi: lei si identifica nell’eroe vincente, lui ha il suo trofeo da esibire. La grupie diviene essa stessa oggetto del desiderio dell’atleta che con lei stabilisce un dialogo prevalentemente corporeo; esso si basa sugli sguardi e le intese sul campo di gara e sul contatto fisico fuori dal campo. Ciò non esclude una relazione più stabile e meno carnale ma il tutto parte dal corpo. Il senso del possesso prevalentemente maschile viene sfogato dall’atleta grazie al possesso della grupie, essa incarna nello stesso tempo la donna oggetto, ideale maschile, la donna trofeo. D’altra parte la grupie sportiva ama il suo eroe, lo apprezza proprio perché modello vincente, anch’esso, se vogliamo, da esibire come trofeo e il gioco delle parti si inverte: tu sei il mio oggetto e io sono fiera e godo delle tue prestazioni che io non riesco a raggiungere non voglio raggiungere, le vivo attraverso il tuo gesto atletico che diviene eroico e quindi da mitizzare e esaltare. Tu godi della mi bella presenza e te ne vanti quasi io fossi una continuazione della vittoria che dal capo si porta fuori campo. Se la relazione fra i due si stabilizza e il dialogo si approfondisce il ruolo di grupie è terminato e lei diventa la donna del campione.

domenica 16 dicembre 2007

L'atleta per sé

L’atleta per sé
Considerando il per sé in termini hegeliani, ciò significa che l’atleta per arrivare a definire il per sè e quindi per essere realmente per sé abbisogna di un lavoro su di sé a lungo termine e forse mai finito, indeterminato. “Per sé” significa aver piena coscienza di sé, essere affrancati da ciò che è altro, non perché lo si è semplicemente tenuto fuori ossia negato ma perché lo si è affrontato e riflettuto rispetto a sé, per quel che vale per sé, per come riconosce il sè. Quando parliamo dell'altro generico ci riferiamo a tanti possibili altri che vanno interpretati, digeriti, somatizzati alla luce del sé per comprendere meglio il sé appunto. “Altro” può essere l’allenatore con il quale si interagisce costantemente , “altro” può essere la squadra con la quale si interagisce spesso, altro può essere il pubblico con il quale si interagisce qualche volta. Altro può essere anche se stessi quando si riesce a considerarsi staccati da sè per avere una visione di sé più obiettiva e più corretta al fine di concepire sé nel modo più completo possibile. La conoscenza di sé è un processo a lungo termine che finisce con la fine della vita, la conoscenza di sé come atleta dura per tutta la carriera e influenza anche le scelte di vita future al di là dello sport praticato. Quanti atleti diventano allenatori o dirigenti perché hanno assorbito quel mondo, quel “fuori” che li caratterizza da dentro così tanto che oramai fa parte della propria essenza di persona e su di esso si costruiscono la propria vita godendo per sempre di una passione che ne ha alimentato le esigenze più vivaci. Partendo proprio dall’analisi del sé come “fuori” (qui intendiamo il termine fuori come fisicità) costruiamo la figura dell’atleta. Nel dialogo io-io l’atleta si rapporta a se stesso prima inconsapevolmente, soprattutto da ragazzo è interessato all’aspetto fisico, i muscoli si ingrossano, la potenza aumenta, le prestazioni migliorano grazie a un gesto o a un movimento che riesce all’improvviso, la gioia goduta è il sentimento più forte che absconde la riflessione razionale su se stessi e poi sempre più si prende coscienza di sé perdendo magari anche l’incoscienza che permetteva di osare proprio perché non si era consapevoli del tutto del sè e dell'altro che permette di completare il sè (per es. il pericolo di una determinata prestazione, il rischio in un’impresa che magari se troppo riflettuta non viene attuata perchè la paura prevale). Il rapporto con il sé è il più difficile perché è il più complesso, nessuno conosce mai troppo a fondo se stesso, tale processo è indeterminato e si completa solo con la relazione con l’altro di cui sopra (allenatore, squadra, pubblico). Ognuno di noi ha bisogno di un riconoscimento da parte dell'altro, per rafforzare le proprie convinzioni su se stesso o per demolirle. Che importa? L’importante è che questo dialogo a più facce avvenga per non risultare ambigui nel giudizio su di sé e offuscare un’analisi del sé necessaria a migliorare il proprio rapporto con l’attività sportiva stessa che per molti coincide con la vita. L’uomo sportivo nasce atleta oppure lo diventa in età fanciulla o adolescenziale quando la persona si sta formando, l’attività fisica, lo sport praticato diviene tutt’uno con quel che l’atleta è, l’atleta è atleta e persona insieme; scindere i due elementi per l’atleta è estremamente difficile soprattutto quando si è ai vertici. Se l’atleta si relaziona a se stesso, prima si vede come atleta e poi come uomo e costruisce la maggior parte delle sue relazioni centralizzando il ruolo che ne caratterizza l’essenza a tutto tondo cioè ponendosi molto come atleta e poco come uomo. L’atleta è in simbiosi con la propria attività fisica, l’esperienza che costruisce nello sport viene trasferita anche negli altri settori dove è portato a competere (se prevale il suo individualismo) o a lavorare in squadra, a seconda del proprio carattere, come fa quando è atleta. Scindere le parti della propria essenza per l’atleta è quasi impossibile e a molti non viene nemmeno chiesto da nessuno, nemmeno da se stessi. Nel rapportarsi a sé come persona l’atleta usa i parametri del proprio essere atleta; se l’atleta è un metodico tenderà a dire di essere una persona rigorosa con abitudini ben precise. Se l’atleta è un talentuoso e quindi un istintivo tenderà a dire di agire ed essere “sempre a caso” sovra pensiero. Scindere il proprio essere atleta dalla propria personalità al di là dello sport è una riflessione quasi inutile perché la vita dell’atleta è lo sport stesso. Quando ciò diviene però necessario? Quando la vita cosiddetta normale prende il sopravvento. Per es. a fine carriera e durante episodi nodali: La costruzione di una famiglia, la morte di qualcuno vicino, il trasferimento in un’altra città. Ecco allora l’atleta deve essere in grado abbandonare per un tratto il proprio essere atleta e riflettere sul proprio essere uomo, cercando di leggere il dolore o la felicità per sé come persona e non per sé come atleta. Ossia deve porsi la domanda: è giusto che sia così per me come uomo? Solo allora il processo su di sé potrà dirsi soddisfacente in quanto permetterà all’atleta in futuro di leggere il rapporto con sé con più distacco usando nei giudizi su di sè (per es. la riuscita di una prestazione) la parte di sé che è quella dell’uomo e non solo quella dell’atleta. Il distacco da sé come atleta, il silenzio dell’atleta corrisponde all’urlo dell’uomo, al sé inteso come “Mensch” (direbbero i tedeschi) dove il concetto implica la fisicità e la spiritualità di sé e non solo la propria sportività.

domenica 18 novembre 2007

La vita dell’atleta

La vita dell’atleta
Analisi filosofico-esistenziale della figura dell’atleta
L’atleta è corpo
Introduzione
Quando pensiamo ai nostri atleti la prima cosa che figuriamo è la prestanza fisica, una determinata abilità tecnica, una caratteristica di gioco o di prestazione, un gesto, un verso, una figura. Tutti elementi legati al corpo. Il primo vero e grande interprete del corpo come coscienza di sé nella storia della filosofia è Nietzsche. Egli scrive nello Zarathustra: “Corpo io sono e anima”. E’ inutile, il corpo viene prima, lo si vede, lo si sente, solo dopo se ne ha coscienza. Tutto passa attraverso il corpo: le sensazioni e le riflessioni. L’atleta lavora con il suo corpo, dialoga con il suo corpo, perfeziona il suo corpo. La mente riflette ciò che avviene nel corpo, si mette in relazione con il corpo. Il dialogo io-io è un dialogo della mente con il corpo e del corpo con la mente. Facciamo un esempio: Quando l’atleta è sottosforzo, sente la sofferenza, la fatica, la difficoltà nella resistenza ma chiede al suo corpo di resistere, di farcela e il corpo risponde con lo sforzo regalando alla mente la gratifica di un risultato raggiunto. La sensazione (a livello di corpo) e la riflessione
(a livello di psiche) di avercela fatta. ”Ma il risvegliato sapiente dice corpo sono io sono in tutto e per tutto, e null’altro..”(Nietzsche, Zarathustra). la nascita, la vita e la fine di un’atleta è legata alla sua fisicità. Da bambino si leggono nel corpo le potenzialità, da adulto se ne prende consapevolezza, a carriera finita se ne riconoscono i limiti e la decadenza.
Vi è una presa di coscienza di sé e della propria sportività (intesa come competenza e volontà sportiva) attraverso il corpo. Come? Guardandosi negli avvenimenti sportivi: dall’allenamento, al riposo, alla competizione. Anche la concentrazione, che sembrerebbe un fattore prettamente mentale, implica uno sforzo fisico e un dialogo con il proprio corpo che la mente esorta ad isolare tutto il resto per focalizzare esclusivamente la prestazione da effettuare al fine di ottenere lo scopo: il risultato. Ci si vede concentrati sull’obiettivo e il corpo guidato dalla mente si isola dal “fuori” che diviene un “altro” nullificato e “il sé” diviene il “tutto assoluto”, mente e corpo insieme.
Di seguito verrà analizzata nello specifico la figura dell’atleta considerando:
l’atleta per sé
L’atleta per l’allenatore
L’atleta per la squadra
L’atleta per il pubblico
In queste analisi la relazione mente-corpo e il dialogo io-io e io–tu saranno le categorie trascendentali (nel senso kantiano ossia necessarie e imprescindibili) della comprensione.