Filosofia dello sport: lo sport dal punto di vista ontologico esistenziale con particolare attenzione alla figura dell'atleta e a chi gli ruota intorno. Problematiche sullo sport si affrontano nel dialogo diretto con gli atleti e gli sportivi
sabato 1 marzo 2008
L'educazione passa dallo sport
Questo post apparirà su entrambi i miei blog di Google perché credo fermamente nel valore educativo dello sport. Lo sport educa la mente attraverso il corpo. Gli antichi, greci e romani, avevano talmente chiaro il concetto da renderlo parte integrante dell'educazione del fanciullo fin dalla tenera età. Platone, il più astratto dei filosofi, apprezzava lo sport quanto la matematica e nell'educazione del futuro governante non c'era solo la filosofia ma c'era l'attività fisica. Noi contemporanei, dopo anni di vita sedentaria nelle nostre poltrone d'ufficio, riscopriamo il valore dell'attività sportiva e sembra che anche il Governo, oramai decaduto, ne abbia appreso l'importanza permettendo (nella finanziaria è previsto) di detrarre dalle tasse una percentuale per le attività sportive dei propri figli.Cosa insegna lo sport? Insegna la costante educazione alla fatica e al rigore nonché l'allenamento all'esercizio. Valori indispensabili nel quotidiano di ognuno da bambini fino alla vecchiaia. Portare a termine un compito fa parte della vita, continuare anche quando ci si sente sconfitti aiuta a rispondere alle disfatte e a trovare soluzioni. Lo sport come la filosofia allena la mente perché propone alternative alla resa. Non arrendersi nel mondo feroce e individualista che oggi ci troviamo di fronte è una grande risorsa e lo sport la propone come modus operandi costante.
domenica 17 febbraio 2008
egocentrismi sportivi
Lo sportivo è egocentrico?
L'ego di un atleta è più grande?
Viene educato all'egocentrismo?
Domande che mi pongo da un po' di tempo e sulle quali ho riflettuto già altre volte. Devo dire che un atleta lavora moltissimo sull'autostima e sulla sicurezza che gli servono per riuscire nelle prestazioni sportive. Devo anche dire che l'egocentrismo è sicuramente una parte del carattere e quindi è soggettivo. Non tutti gli atleti sono egocentrici ai massimi livelli. Però una piccola componente di egocentrismo più accentuata rispetto a coloro che conducono un'esistenza normale esiste. Esiste perchè serve. Serve per lottare, serve per primeggiare, serve per amarsi e convincersi che in quell'occasione (la gara) si può essere i mgliori. Fin qui nulla di male.
Ma quanto l'egocentrismo lede i rapporti personali? Con l'allenatore e con le persone care?
QUANTO L'ATLETA VEDE Sè E NON VEDE L'ALTRO? O LO VEDE SOLO IN FUNZIONE DI Sè? RIESCE L'ATLETA AD ESSERE OBIETTIVO NELL'ANALISI DEL Sè O NON FALSATO E FILTRATO DAI PROPRI MERITI SPORTIVI? COME A DIRE: SONO FORTE IN CAMPO E QUINDI ANCHE NELLA VITA. ATLETI RISPONDETE, SE POTETE.
il confronto e' molto gradito.
L'ego di un atleta è più grande?
Viene educato all'egocentrismo?
Domande che mi pongo da un po' di tempo e sulle quali ho riflettuto già altre volte. Devo dire che un atleta lavora moltissimo sull'autostima e sulla sicurezza che gli servono per riuscire nelle prestazioni sportive. Devo anche dire che l'egocentrismo è sicuramente una parte del carattere e quindi è soggettivo. Non tutti gli atleti sono egocentrici ai massimi livelli. Però una piccola componente di egocentrismo più accentuata rispetto a coloro che conducono un'esistenza normale esiste. Esiste perchè serve. Serve per lottare, serve per primeggiare, serve per amarsi e convincersi che in quell'occasione (la gara) si può essere i mgliori. Fin qui nulla di male.
Ma quanto l'egocentrismo lede i rapporti personali? Con l'allenatore e con le persone care?
QUANTO L'ATLETA VEDE Sè E NON VEDE L'ALTRO? O LO VEDE SOLO IN FUNZIONE DI Sè? RIESCE L'ATLETA AD ESSERE OBIETTIVO NELL'ANALISI DEL Sè O NON FALSATO E FILTRATO DAI PROPRI MERITI SPORTIVI? COME A DIRE: SONO FORTE IN CAMPO E QUINDI ANCHE NELLA VITA. ATLETI RISPONDETE, SE POTETE.
il confronto e' molto gradito.
sabato 2 febbraio 2008
bravo!
Non sarò certo l'ultima che lo sostiene. la scuola del calcio come scuola di sport non è in serie A ma nelle categorie inferiori. Sono andata a vedere la partita oggi perchè giocavano persone amiche e ho visto un bel gioco di squadra, affiatato e sereno, soprattutto sereno. Dove la cosa più importante era certo fare goal per vincere ma soprattutto era giocare e dare il meglio di sè per gli altri. Lo sport è aggregazione, lo sport è convinzione, lo sport è realizzazione ma non del mercato, di sè e questi ragazzi, che oggi hanno fatto un regalo alla loro professoressa, hanno giocato per sè. Questo è stato il regalo più bello perchè ho goduto lo spettacolo.
lunedì 28 gennaio 2008
Lo sport è cultura?
Io credo di si. Lo sport educa alla cura di sé, del corpo e della mente. Permette di conoscere sé e gli altri, educa alla sfida, al confronto, al giudizio. Lo sport è rigore e disciplina, è linearità etica (stabilire uno scopo e perseguirlo). Lasciamo stare quello che succede nei nostri stadi, la mancanza di rispetto di ciascuno verso tutti. E' inciviltà che atavicamente caratterizza l'uomo e riemerge in momenti di crisi come il nostro e nello sport dove tutti ci si sente più liberi. Ma sarà vero? Non è che perdiamo di vista l'essenza dello sport perché ci concentriamo solo sul calcio? Perché lo riteniamo l'unico sport degno di nota? Cosa è rimasto di sportivo nel calcio? Le regole sulla carta, perché in campo si vede di tutto (spettacolo, insulti, ingiurie, balletti) ma non lo sport. Lo sport è altro, è la misura dell'uomo con se stesso visualizzata nella sfida che la caratterizza. Nel calcio la sfida dell'avversario sembra essere in secondo piano, la cura del sé come sportivo è seconda alla cura del sé in quanto vip. L'immagine della squadra atletica è seconda all'immagine della squadra mercato e quindi merce. Lo sport è cultura, il calcio è divenuto bestiale. Ritengo quasi alienante: non si sa più perché si gioca se non per guadagnare denaro e fama per sé e per la squadra. Il gioco non è questo, lo sport non è questo. Torniamo al tema: la cultura è arricchimento (ma non materiale - spirituale) e il vero sport lo è. Il calcio?
venerdì 4 gennaio 2008
Filosofia dello sport, appendice: la sconfitta
Introduciamo qui una delle appendici che seguono il saggio. Il motivo è che l'argomento è di attualità ed è irrilevante ai fini della comprensione seguire l'indice del testo originario in questo blog. Se volete il libro lo potrete visionare cliccando sul link della barra a lato. E' disponibile per l'acquisto.
Qui ci sentiamo liberi di seguire un ordine empatico.
La sconfitta
Tappa obbligata nel percorso di un atleta, la sconfitta forma. Come ogni esperienza ha il suo valore formativo a patto che la si valuti con il giusto peso e la giusta misura. Nel dialogo io-tu la sconfitta diventa protagonista e diventa il tu. Uno spauracchio da superare e ridurre alla memoria dell’io. Un fantasma che pesa sulla coscienza dell’atleta perché comunque è portatrice di elementi negativi sia per il prestigio sia per la carriera sia per l’auto stima dell’atleta. La sconfitta è come un mostro dalle mille teste e dalle innumerevoli sfumature. Implica differenti riflessioni su di sé, sul rapporto con il proprio io (sia mente sia corpo). Deve essere accettata dall’atleta, interiorizzata come parte del sé per attribuirle il giusto valore e per assumerla come esperienza di crescita e non semplicemente come fallimento. La sconfitta non è solo un fallimento, è un passaggio, è un’occasione per riflettere si di sé: sulle proprie aspettative, sui propri obiettivi e sui propri errori. Il feedback della sconfitta ricade primieramente sul corpo. Il corpo sconfitto si sente sfiancato, debilitato, distrutto, annientato. Il peso del fallimento lo tocca facendo emergere tutta la stanchezza e l’inutilità degli sforzi compiuti. Nel dialogo io- tu non bisogna lasciare alla sconfitta il predominio né lasciare che il corpo prenda il sopravvento sulla mente. Bisogna digerire, fagocitare il momento di sconforto e passare oltre. Il passare oltre implica una grande riflessione su quanto avvenuto. Non si può dimenticare e basta. La sconfitta non sarebbe accettata e di conseguenza non sarebbe interiorizzata nel modo corretto. Bisogna comprendere i motivi che l’ hanno provocata ed accettarli come momento di crescita e di accettazione del sé in quanto fallibile. L’abbiamo già più volte ribadito, l’atleta non è un Dio e pertanto fallisce come ogni essere imperfetto. La sconfitta può essere causata da diversi fattori: la sfortuna, l’assenza di preparazione, un infortunio non previsto, un incidente sul campo, una preparazione inadeguata, uno scarso convincimento delle proprie abilità. Qualsiasi sia il motivo della sconfitta, esso deve essere individuato e accettato dall’io che lo usa come modello negativo, da non ripetere. E’ una riflessione su di sé e sulle proprie abilità che deve essere fatta considerando anche tutte le circostanze che attenuano la colpa. Ma la sconfitta implica un’assunzione di responsabilità e tale assunzione implica una presa di coscienza dell’errore compiuto, perché la sconfitta è conseguenza di errori. Tali errori possono essere in parte indipendenti dall’atleta o dalla squadra e la fortuna sicuramente ha la sua parte. Ma la sconfitta ha una causa o più cause e alcune di esse risalgono all’io e al suo rapporto con sé e con il proprio corpo. La domanda più plausibile che ci si deve porre è: Dove ho mancato, dove non ho sentito il mio corpo? Dove l’ho perso per strada, dove sono caduto nel controllo del corpo da parte della mia mente? Trovando risposte a queste domande la sconfitta assumerà il reale valore per la quale essa guadagna il connotato di esperienza e diventa davvero formante.
Qui ci sentiamo liberi di seguire un ordine empatico.
La sconfitta
Tappa obbligata nel percorso di un atleta, la sconfitta forma. Come ogni esperienza ha il suo valore formativo a patto che la si valuti con il giusto peso e la giusta misura. Nel dialogo io-tu la sconfitta diventa protagonista e diventa il tu. Uno spauracchio da superare e ridurre alla memoria dell’io. Un fantasma che pesa sulla coscienza dell’atleta perché comunque è portatrice di elementi negativi sia per il prestigio sia per la carriera sia per l’auto stima dell’atleta. La sconfitta è come un mostro dalle mille teste e dalle innumerevoli sfumature. Implica differenti riflessioni su di sé, sul rapporto con il proprio io (sia mente sia corpo). Deve essere accettata dall’atleta, interiorizzata come parte del sé per attribuirle il giusto valore e per assumerla come esperienza di crescita e non semplicemente come fallimento. La sconfitta non è solo un fallimento, è un passaggio, è un’occasione per riflettere si di sé: sulle proprie aspettative, sui propri obiettivi e sui propri errori. Il feedback della sconfitta ricade primieramente sul corpo. Il corpo sconfitto si sente sfiancato, debilitato, distrutto, annientato. Il peso del fallimento lo tocca facendo emergere tutta la stanchezza e l’inutilità degli sforzi compiuti. Nel dialogo io- tu non bisogna lasciare alla sconfitta il predominio né lasciare che il corpo prenda il sopravvento sulla mente. Bisogna digerire, fagocitare il momento di sconforto e passare oltre. Il passare oltre implica una grande riflessione su quanto avvenuto. Non si può dimenticare e basta. La sconfitta non sarebbe accettata e di conseguenza non sarebbe interiorizzata nel modo corretto. Bisogna comprendere i motivi che l’ hanno provocata ed accettarli come momento di crescita e di accettazione del sé in quanto fallibile. L’abbiamo già più volte ribadito, l’atleta non è un Dio e pertanto fallisce come ogni essere imperfetto. La sconfitta può essere causata da diversi fattori: la sfortuna, l’assenza di preparazione, un infortunio non previsto, un incidente sul campo, una preparazione inadeguata, uno scarso convincimento delle proprie abilità. Qualsiasi sia il motivo della sconfitta, esso deve essere individuato e accettato dall’io che lo usa come modello negativo, da non ripetere. E’ una riflessione su di sé e sulle proprie abilità che deve essere fatta considerando anche tutte le circostanze che attenuano la colpa. Ma la sconfitta implica un’assunzione di responsabilità e tale assunzione implica una presa di coscienza dell’errore compiuto, perché la sconfitta è conseguenza di errori. Tali errori possono essere in parte indipendenti dall’atleta o dalla squadra e la fortuna sicuramente ha la sua parte. Ma la sconfitta ha una causa o più cause e alcune di esse risalgono all’io e al suo rapporto con sé e con il proprio corpo. La domanda più plausibile che ci si deve porre è: Dove ho mancato, dove non ho sentito il mio corpo? Dove l’ho perso per strada, dove sono caduto nel controllo del corpo da parte della mia mente? Trovando risposte a queste domande la sconfitta assumerà il reale valore per la quale essa guadagna il connotato di esperienza e diventa davvero formante.
domenica 16 dicembre 2007
L'atleta per sé
L’atleta per sé
Considerando il per sé in termini hegeliani, ciò significa che l’atleta per arrivare a definire il per sè e quindi per essere realmente per sé abbisogna di un lavoro su di sé a lungo termine e forse mai finito, indeterminato. “Per sé” significa aver piena coscienza di sé, essere affrancati da ciò che è altro, non perché lo si è semplicemente tenuto fuori ossia negato ma perché lo si è affrontato e riflettuto rispetto a sé, per quel che vale per sé, per come riconosce il sè. Quando parliamo dell'altro generico ci riferiamo a tanti possibili altri che vanno interpretati, digeriti, somatizzati alla luce del sé per comprendere meglio il sé appunto. “Altro” può essere l’allenatore con il quale si interagisce costantemente , “altro” può essere la squadra con la quale si interagisce spesso, altro può essere il pubblico con il quale si interagisce qualche volta. Altro può essere anche se stessi quando si riesce a considerarsi staccati da sè per avere una visione di sé più obiettiva e più corretta al fine di concepire sé nel modo più completo possibile. La conoscenza di sé è un processo a lungo termine che finisce con la fine della vita, la conoscenza di sé come atleta dura per tutta la carriera e influenza anche le scelte di vita future al di là dello sport praticato. Quanti atleti diventano allenatori o dirigenti perché hanno assorbito quel mondo, quel “fuori” che li caratterizza da dentro così tanto che oramai fa parte della propria essenza di persona e su di esso si costruiscono la propria vita godendo per sempre di una passione che ne ha alimentato le esigenze più vivaci. Partendo proprio dall’analisi del sé come “fuori” (qui intendiamo il termine fuori come fisicità) costruiamo la figura dell’atleta. Nel dialogo io-io l’atleta si rapporta a se stesso prima inconsapevolmente, soprattutto da ragazzo è interessato all’aspetto fisico, i muscoli si ingrossano, la potenza aumenta, le prestazioni migliorano grazie a un gesto o a un movimento che riesce all’improvviso, la gioia goduta è il sentimento più forte che absconde la riflessione razionale su se stessi e poi sempre più si prende coscienza di sé perdendo magari anche l’incoscienza che permetteva di osare proprio perché non si era consapevoli del tutto del sè e dell'altro che permette di completare il sè (per es. il pericolo di una determinata prestazione, il rischio in un’impresa che magari se troppo riflettuta non viene attuata perchè la paura prevale). Il rapporto con il sé è il più difficile perché è il più complesso, nessuno conosce mai troppo a fondo se stesso, tale processo è indeterminato e si completa solo con la relazione con l’altro di cui sopra (allenatore, squadra, pubblico). Ognuno di noi ha bisogno di un riconoscimento da parte dell'altro, per rafforzare le proprie convinzioni su se stesso o per demolirle. Che importa? L’importante è che questo dialogo a più facce avvenga per non risultare ambigui nel giudizio su di sé e offuscare un’analisi del sé necessaria a migliorare il proprio rapporto con l’attività sportiva stessa che per molti coincide con la vita. L’uomo sportivo nasce atleta oppure lo diventa in età fanciulla o adolescenziale quando la persona si sta formando, l’attività fisica, lo sport praticato diviene tutt’uno con quel che l’atleta è, l’atleta è atleta e persona insieme; scindere i due elementi per l’atleta è estremamente difficile soprattutto quando si è ai vertici. Se l’atleta si relaziona a se stesso, prima si vede come atleta e poi come uomo e costruisce la maggior parte delle sue relazioni centralizzando il ruolo che ne caratterizza l’essenza a tutto tondo cioè ponendosi molto come atleta e poco come uomo. L’atleta è in simbiosi con la propria attività fisica, l’esperienza che costruisce nello sport viene trasferita anche negli altri settori dove è portato a competere (se prevale il suo individualismo) o a lavorare in squadra, a seconda del proprio carattere, come fa quando è atleta. Scindere le parti della propria essenza per l’atleta è quasi impossibile e a molti non viene nemmeno chiesto da nessuno, nemmeno da se stessi. Nel rapportarsi a sé come persona l’atleta usa i parametri del proprio essere atleta; se l’atleta è un metodico tenderà a dire di essere una persona rigorosa con abitudini ben precise. Se l’atleta è un talentuoso e quindi un istintivo tenderà a dire di agire ed essere “sempre a caso” sovra pensiero. Scindere il proprio essere atleta dalla propria personalità al di là dello sport è una riflessione quasi inutile perché la vita dell’atleta è lo sport stesso. Quando ciò diviene però necessario? Quando la vita cosiddetta normale prende il sopravvento. Per es. a fine carriera e durante episodi nodali: La costruzione di una famiglia, la morte di qualcuno vicino, il trasferimento in un’altra città. Ecco allora l’atleta deve essere in grado abbandonare per un tratto il proprio essere atleta e riflettere sul proprio essere uomo, cercando di leggere il dolore o la felicità per sé come persona e non per sé come atleta. Ossia deve porsi la domanda: è giusto che sia così per me come uomo? Solo allora il processo su di sé potrà dirsi soddisfacente in quanto permetterà all’atleta in futuro di leggere il rapporto con sé con più distacco usando nei giudizi su di sè (per es. la riuscita di una prestazione) la parte di sé che è quella dell’uomo e non solo quella dell’atleta. Il distacco da sé come atleta, il silenzio dell’atleta corrisponde all’urlo dell’uomo, al sé inteso come “Mensch” (direbbero i tedeschi) dove il concetto implica la fisicità e la spiritualità di sé e non solo la propria sportività.
Considerando il per sé in termini hegeliani, ciò significa che l’atleta per arrivare a definire il per sè e quindi per essere realmente per sé abbisogna di un lavoro su di sé a lungo termine e forse mai finito, indeterminato. “Per sé” significa aver piena coscienza di sé, essere affrancati da ciò che è altro, non perché lo si è semplicemente tenuto fuori ossia negato ma perché lo si è affrontato e riflettuto rispetto a sé, per quel che vale per sé, per come riconosce il sè. Quando parliamo dell'altro generico ci riferiamo a tanti possibili altri che vanno interpretati, digeriti, somatizzati alla luce del sé per comprendere meglio il sé appunto. “Altro” può essere l’allenatore con il quale si interagisce costantemente , “altro” può essere la squadra con la quale si interagisce spesso, altro può essere il pubblico con il quale si interagisce qualche volta. Altro può essere anche se stessi quando si riesce a considerarsi staccati da sè per avere una visione di sé più obiettiva e più corretta al fine di concepire sé nel modo più completo possibile. La conoscenza di sé è un processo a lungo termine che finisce con la fine della vita, la conoscenza di sé come atleta dura per tutta la carriera e influenza anche le scelte di vita future al di là dello sport praticato. Quanti atleti diventano allenatori o dirigenti perché hanno assorbito quel mondo, quel “fuori” che li caratterizza da dentro così tanto che oramai fa parte della propria essenza di persona e su di esso si costruiscono la propria vita godendo per sempre di una passione che ne ha alimentato le esigenze più vivaci. Partendo proprio dall’analisi del sé come “fuori” (qui intendiamo il termine fuori come fisicità) costruiamo la figura dell’atleta. Nel dialogo io-io l’atleta si rapporta a se stesso prima inconsapevolmente, soprattutto da ragazzo è interessato all’aspetto fisico, i muscoli si ingrossano, la potenza aumenta, le prestazioni migliorano grazie a un gesto o a un movimento che riesce all’improvviso, la gioia goduta è il sentimento più forte che absconde la riflessione razionale su se stessi e poi sempre più si prende coscienza di sé perdendo magari anche l’incoscienza che permetteva di osare proprio perché non si era consapevoli del tutto del sè e dell'altro che permette di completare il sè (per es. il pericolo di una determinata prestazione, il rischio in un’impresa che magari se troppo riflettuta non viene attuata perchè la paura prevale). Il rapporto con il sé è il più difficile perché è il più complesso, nessuno conosce mai troppo a fondo se stesso, tale processo è indeterminato e si completa solo con la relazione con l’altro di cui sopra (allenatore, squadra, pubblico). Ognuno di noi ha bisogno di un riconoscimento da parte dell'altro, per rafforzare le proprie convinzioni su se stesso o per demolirle. Che importa? L’importante è che questo dialogo a più facce avvenga per non risultare ambigui nel giudizio su di sé e offuscare un’analisi del sé necessaria a migliorare il proprio rapporto con l’attività sportiva stessa che per molti coincide con la vita. L’uomo sportivo nasce atleta oppure lo diventa in età fanciulla o adolescenziale quando la persona si sta formando, l’attività fisica, lo sport praticato diviene tutt’uno con quel che l’atleta è, l’atleta è atleta e persona insieme; scindere i due elementi per l’atleta è estremamente difficile soprattutto quando si è ai vertici. Se l’atleta si relaziona a se stesso, prima si vede come atleta e poi come uomo e costruisce la maggior parte delle sue relazioni centralizzando il ruolo che ne caratterizza l’essenza a tutto tondo cioè ponendosi molto come atleta e poco come uomo. L’atleta è in simbiosi con la propria attività fisica, l’esperienza che costruisce nello sport viene trasferita anche negli altri settori dove è portato a competere (se prevale il suo individualismo) o a lavorare in squadra, a seconda del proprio carattere, come fa quando è atleta. Scindere le parti della propria essenza per l’atleta è quasi impossibile e a molti non viene nemmeno chiesto da nessuno, nemmeno da se stessi. Nel rapportarsi a sé come persona l’atleta usa i parametri del proprio essere atleta; se l’atleta è un metodico tenderà a dire di essere una persona rigorosa con abitudini ben precise. Se l’atleta è un talentuoso e quindi un istintivo tenderà a dire di agire ed essere “sempre a caso” sovra pensiero. Scindere il proprio essere atleta dalla propria personalità al di là dello sport è una riflessione quasi inutile perché la vita dell’atleta è lo sport stesso. Quando ciò diviene però necessario? Quando la vita cosiddetta normale prende il sopravvento. Per es. a fine carriera e durante episodi nodali: La costruzione di una famiglia, la morte di qualcuno vicino, il trasferimento in un’altra città. Ecco allora l’atleta deve essere in grado abbandonare per un tratto il proprio essere atleta e riflettere sul proprio essere uomo, cercando di leggere il dolore o la felicità per sé come persona e non per sé come atleta. Ossia deve porsi la domanda: è giusto che sia così per me come uomo? Solo allora il processo su di sé potrà dirsi soddisfacente in quanto permetterà all’atleta in futuro di leggere il rapporto con sé con più distacco usando nei giudizi su di sè (per es. la riuscita di una prestazione) la parte di sé che è quella dell’uomo e non solo quella dell’atleta. Il distacco da sé come atleta, il silenzio dell’atleta corrisponde all’urlo dell’uomo, al sé inteso come “Mensch” (direbbero i tedeschi) dove il concetto implica la fisicità e la spiritualità di sé e non solo la propria sportività.
domenica 18 novembre 2007
La vita dell’atleta
La vita dell’atleta
Analisi filosofico-esistenziale della figura dell’atleta
L’atleta è corpo
Introduzione
Quando pensiamo ai nostri atleti la prima cosa che figuriamo è la prestanza fisica, una determinata abilità tecnica, una caratteristica di gioco o di prestazione, un gesto, un verso, una figura. Tutti elementi legati al corpo. Il primo vero e grande interprete del corpo come coscienza di sé nella storia della filosofia è Nietzsche. Egli scrive nello Zarathustra: “Corpo io sono e anima”. E’ inutile, il corpo viene prima, lo si vede, lo si sente, solo dopo se ne ha coscienza. Tutto passa attraverso il corpo: le sensazioni e le riflessioni. L’atleta lavora con il suo corpo, dialoga con il suo corpo, perfeziona il suo corpo. La mente riflette ciò che avviene nel corpo, si mette in relazione con il corpo. Il dialogo io-io è un dialogo della mente con il corpo e del corpo con la mente. Facciamo un esempio: Quando l’atleta è sottosforzo, sente la sofferenza, la fatica, la difficoltà nella resistenza ma chiede al suo corpo di resistere, di farcela e il corpo risponde con lo sforzo regalando alla mente la gratifica di un risultato raggiunto. La sensazione (a livello di corpo) e la riflessione
(a livello di psiche) di avercela fatta. ”Ma il risvegliato sapiente dice corpo sono io sono in tutto e per tutto, e null’altro..”(Nietzsche, Zarathustra). la nascita, la vita e la fine di un’atleta è legata alla sua fisicità. Da bambino si leggono nel corpo le potenzialità, da adulto se ne prende consapevolezza, a carriera finita se ne riconoscono i limiti e la decadenza.
Vi è una presa di coscienza di sé e della propria sportività (intesa come competenza e volontà sportiva) attraverso il corpo. Come? Guardandosi negli avvenimenti sportivi: dall’allenamento, al riposo, alla competizione. Anche la concentrazione, che sembrerebbe un fattore prettamente mentale, implica uno sforzo fisico e un dialogo con il proprio corpo che la mente esorta ad isolare tutto il resto per focalizzare esclusivamente la prestazione da effettuare al fine di ottenere lo scopo: il risultato. Ci si vede concentrati sull’obiettivo e il corpo guidato dalla mente si isola dal “fuori” che diviene un “altro” nullificato e “il sé” diviene il “tutto assoluto”, mente e corpo insieme.
Di seguito verrà analizzata nello specifico la figura dell’atleta considerando:
l’atleta per sé
L’atleta per l’allenatore
L’atleta per la squadra
L’atleta per il pubblico
In queste analisi la relazione mente-corpo e il dialogo io-io e io–tu saranno le categorie trascendentali (nel senso kantiano ossia necessarie e imprescindibili) della comprensione.
Analisi filosofico-esistenziale della figura dell’atleta
L’atleta è corpo
Introduzione
Quando pensiamo ai nostri atleti la prima cosa che figuriamo è la prestanza fisica, una determinata abilità tecnica, una caratteristica di gioco o di prestazione, un gesto, un verso, una figura. Tutti elementi legati al corpo. Il primo vero e grande interprete del corpo come coscienza di sé nella storia della filosofia è Nietzsche. Egli scrive nello Zarathustra: “Corpo io sono e anima”. E’ inutile, il corpo viene prima, lo si vede, lo si sente, solo dopo se ne ha coscienza. Tutto passa attraverso il corpo: le sensazioni e le riflessioni. L’atleta lavora con il suo corpo, dialoga con il suo corpo, perfeziona il suo corpo. La mente riflette ciò che avviene nel corpo, si mette in relazione con il corpo. Il dialogo io-io è un dialogo della mente con il corpo e del corpo con la mente. Facciamo un esempio: Quando l’atleta è sottosforzo, sente la sofferenza, la fatica, la difficoltà nella resistenza ma chiede al suo corpo di resistere, di farcela e il corpo risponde con lo sforzo regalando alla mente la gratifica di un risultato raggiunto. La sensazione (a livello di corpo) e la riflessione
(a livello di psiche) di avercela fatta. ”Ma il risvegliato sapiente dice corpo sono io sono in tutto e per tutto, e null’altro..”(Nietzsche, Zarathustra). la nascita, la vita e la fine di un’atleta è legata alla sua fisicità. Da bambino si leggono nel corpo le potenzialità, da adulto se ne prende consapevolezza, a carriera finita se ne riconoscono i limiti e la decadenza.
Vi è una presa di coscienza di sé e della propria sportività (intesa come competenza e volontà sportiva) attraverso il corpo. Come? Guardandosi negli avvenimenti sportivi: dall’allenamento, al riposo, alla competizione. Anche la concentrazione, che sembrerebbe un fattore prettamente mentale, implica uno sforzo fisico e un dialogo con il proprio corpo che la mente esorta ad isolare tutto il resto per focalizzare esclusivamente la prestazione da effettuare al fine di ottenere lo scopo: il risultato. Ci si vede concentrati sull’obiettivo e il corpo guidato dalla mente si isola dal “fuori” che diviene un “altro” nullificato e “il sé” diviene il “tutto assoluto”, mente e corpo insieme.
Di seguito verrà analizzata nello specifico la figura dell’atleta considerando:
l’atleta per sé
L’atleta per l’allenatore
L’atleta per la squadra
L’atleta per il pubblico
In queste analisi la relazione mente-corpo e il dialogo io-io e io–tu saranno le categorie trascendentali (nel senso kantiano ossia necessarie e imprescindibili) della comprensione.
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