Quanti sport e quanta passione. Per questo mi piace questo blog e il lavoro che faccio che consiste nell'analisi filosofica della realtà sportiva. Un lettore mi chiede se l'emotività può interagire nel successo sportivo e nel controllo di sé. Se a parità di condizioni fisiche e ambientali la mente può essere influenzata dalla passioni. Certo! Rispondo io. E lo sport aiuta a controllare emozioni e passione. Addirittura nelle brevi parole lette, si intuisce un alcunché di fondamentale nello sport come nella vita: le passioni possono essere positive o negative come ci insegnava il caro Spinoza, che la sapeva lunga, e sarebbe stato un ottimo sportivo: una macchina per fare sport e rendere al meglio. Le passioni sono energia che influenza il nostro corpo e la nostra mente e quindi la nostra resa. le passioni positive come la gioia inducono ad avere energia in eccesso che si può trasformare in adrenalina. Le passioni negative come la tristezza riducono il nostro benessere psico-fisico e impediscono una buona resa. Ma tutto ciò può essere vero fino a un certo punto e c'è sempre l'eccezione: una passione negativa come la rabbia può indurre a reagire positivamente: per es. in una gara dove la stessa può permettere di aumentare lo sforzo senza dare peso alla fatica. Oppure, come dice il nostro lettore, far tremare l'asta mentre si gioca a biliardo. Il biliardo, si sa, è uno sport di testa, molto cerebrale. Ma tutti gli sport lo sono. Io credo fermamente nella simbiosi di mente e corpo e credo che si influenzino reciprocamente. Il lettore mi chiedeva un rimedio, un metodo per concentrarsi in situazioni in cui l'emotività prende il sopravvento. L'unico rimedio efficace che io conosco è la consapevolezza: conoscere sé e i propri limiti e imparare a gestirli attraverso l'esercizio. Anche nello sport la virtù è un habitus, più la eserciti , più migliora.
(Grazie a Remo Bassi e al gioco del biliardo per l'ottimo spunto).
Filosofia dello sport: lo sport dal punto di vista ontologico esistenziale con particolare attenzione alla figura dell'atleta e a chi gli ruota intorno. Problematiche sullo sport si affrontano nel dialogo diretto con gli atleti e gli sportivi
venerdì 5 dicembre 2008
sabato 11 ottobre 2008
Stile sportivo, stile di vita
Corro, mi stanco e sono felice. Faccio sci nautico e mi vien da fare la gincana in autostrada (non lo faccio, si intende). Lo sport influenza la mia vita positivamente. Ho constatato di stare meglio, di conoscere meglio il mio corpo e i miei limiti e di sapermi gestire meglio in situazioni stressanti con meno ansia. Il mio fisico e la mia mente si sono abituate alla fatica. Lo stress non mi spaventa, la stanchezza nemmeno. Lo sport mi eccita, mi dà la carica e il brivido del benessere. Quanto avevano ragione i saggi greci che avevano capito tutto molto prima di me: "mens sana in corpore sano". E io che mi ostinavo a non magiare, che pensavo che per stare bene bastasse quello e invece stavo peggio. L'eccesso non porta mai benessere e lo sport insegna: l'equilibrio si raggiunge e diventa un habitus di cui non puoi fare a meno per essere felice come diceva il nostro caro vecchio Aristotele!
giovedì 21 agosto 2008
Un tifoso d'altri tempi
(il gusto retrò del bel calcio)
“Una volta il calcio aveva dalla sua personaggi che hanno fatto dell'etica un vero e proprio baluardo...penso ai vari Scirea, Facchetti...Uomini in campo e fuori...con doti umane oltre che tecniche. Scirea mai un'espulsione nella sua carriera. Pilastro nella Juve del Trap, è diventato l'icona del calcio anni 70...un calcio poetico, spensierato, un hobby, non una professione (ed infatti il calciatore era un secondo mestiere)...Facchetti, esordiente in serie A giovanissimo, che con l'Inter di Herrera vince tutto...in campo sempre gentile, educato pronto a dare la mano all'avversario...insomma personaggi diventati icone di un'epoca...perché avevano fatto un semplice ragionamento: “SPORT=ETICA , ETICA=RISPETTO DI ME STESSO E DEGLI ALTRI”. Queste sono le parole di Moris Sonzogni, tifoso ultra dell’Atalanta. Ultra, avete letto bene. Sfatiamo il mito dell’ultra bruto e ignorante e comprendiamo che, come sempre, non bisogna fare di ogni erba un fascio e che esistono tifosi intelligenti e con principi etici non solo consolidati ma di altri tempi, che vedono addirittura nel calcio la poesia. Cuore nobile, mi direte voi; eccezione, forse. Ma ciò dimostra che lo sport è bello se assume e mantiene i connotati etici per cui è nato: il gioco, il divertimento e il rispetto di sé e dell’altro. Temi che enuncio da sempre e ritrovo sempre più spesso. A ricordare che lo sport non è solo il mercato che spesso si vuol far vedere.
“Una volta il calcio aveva dalla sua personaggi che hanno fatto dell'etica un vero e proprio baluardo...penso ai vari Scirea, Facchetti...Uomini in campo e fuori...con doti umane oltre che tecniche. Scirea mai un'espulsione nella sua carriera. Pilastro nella Juve del Trap, è diventato l'icona del calcio anni 70...un calcio poetico, spensierato, un hobby, non una professione (ed infatti il calciatore era un secondo mestiere)...Facchetti, esordiente in serie A giovanissimo, che con l'Inter di Herrera vince tutto...in campo sempre gentile, educato pronto a dare la mano all'avversario...insomma personaggi diventati icone di un'epoca...perché avevano fatto un semplice ragionamento: “SPORT=ETICA , ETICA=RISPETTO DI ME STESSO E DEGLI ALTRI”. Queste sono le parole di Moris Sonzogni, tifoso ultra dell’Atalanta. Ultra, avete letto bene. Sfatiamo il mito dell’ultra bruto e ignorante e comprendiamo che, come sempre, non bisogna fare di ogni erba un fascio e che esistono tifosi intelligenti e con principi etici non solo consolidati ma di altri tempi, che vedono addirittura nel calcio la poesia. Cuore nobile, mi direte voi; eccezione, forse. Ma ciò dimostra che lo sport è bello se assume e mantiene i connotati etici per cui è nato: il gioco, il divertimento e il rispetto di sé e dell’altro. Temi che enuncio da sempre e ritrovo sempre più spesso. A ricordare che lo sport non è solo il mercato che spesso si vuol far vedere.
domenica 15 giugno 2008
Il ruolo dell'umile
L’umile abbassa lo sguardo, sostiene l’avversario solo in campo, stringe la mano con cordialità alla fine della gara. La grinta la riserva al campo di gioco, il carattere è concentrato sull’obiettivo, non su stesso. L’umile ha una visione di sé forse troppo modesta. Abbiamo più volte scritto che l’outsider è un grande egocentrico. Ma umile che doti ha? L’amore per quello che fa. Viene donato allo sport, alla vita in campo, alla dedizione, all’allenamento. L’umile è il virtuoso. L’habitus della virtù gli calza a pennello. Non fatica a vedersi sottomettesso alle regole del gioco. Le conosce e le rispetta. Se le cambia? Era giusto così. Il cambio è uscito sul campo e viene dalla correttezza del gesto atletico, magari più potente, magari meglio calibrato. Mai scorretto. L’umile ha rispetto all’outsider una carta vincente paradossale: Si accontenta. Quindi digerisce meglio le sconfitte e sa farne tesoro per i momenti futuri. Quando vince? Dedica la vittoria a chi gli sta intorno e questo lo rende grande, più di qualsiasi campione del mondo.
(P.S. Ringrazio Gianluca Pantano, tennista lombardo, per avermi concesso un'intervista da cui è tratto questo articolo.)
(P.S. Ringrazio Gianluca Pantano, tennista lombardo, per avermi concesso un'intervista da cui è tratto questo articolo.)
lunedì 2 giugno 2008
Vi aspetto
domenica 25 maggio 2008
un giudice soggettivo
Un giudice soggettivo
Ogni giudice lo è in quanto essere umano e persona. Ognuno ha sopra di se la legge sovrana che però interpreta e applica. Ognuno ha una coscienza a cui risponde. Di certo ha un compito impopolare e difficile. In una contemporaneità dove le regole stanno strette, anzi strettissime, dove il gioco è sfogo e divertimento, proporsi come un sostenitore delle stesse e un suo difensore per definizione non rende il compito facile ma necessario. Il giudice di gara fa parte del gioco, ne è il simbolo della tutela delle regole e quindi della sua esecuzione, della sua stessa esistenza. Non esiste gioco senza regole e non ci sono regole senza gioco. L’obiettività è la sua bandiera e l’integrità il suo baluardo.
Il giudice di gara rappresenta l’imparzialità obiettiva possibile per un soggetto. E’ una contraddizione in termini: il soggetto tutela e propone un che di oggettivo ma come sempre lo interpreta e quindi lo fa soggettivamente. Ma l’obiettività deve essere garantita. Allora si chiama in campo la virtu: l’habitus a resistere alla tentazione di preferire questo e quello, di punire al di là del ruolo per idiosincrasia. Ci verrebbe da dire che per essere buoni arbitri bisognerebbe non essere umani, macchine. Infatti la moviola è una macchina, le riprese lo sono ma il giudizio rimane personale, umano. Ognuno giudica se stesso e i propri simili. Una macchina propone un giudizio standardizzato: l’uomo è complesso e anche nel gioco ha bisogno di giudici flessibili che sappiano applicare e interpretare oltre la mera probabilità statistica che la macchina calcola. La soggettività umana, per quanto paradossale possa essere, garantisce la miglior obiettività di giudizio perché conosce e comprende i propri simili. La macchina non ha queste doti. Nel gioco ci sono giocatori e l’arbitro fa parte del gioco, gioca con gli altri. Solo che il suo ruolo è super partes.
Ogni volta che ci si affida ad un giudice unico ci si deve fidare di lui e nell’arbitro è riposta la fiducia di tutti: atleti e pubblico. La fiducia nell’arbitro è la fiducia nell’uomo, nelle sue competenze, nella sua lucidità, nella sua corretta posizione in campo, nel suo giudizio sportivo. Che significa giudizio sportivo? E’ un giudizio che si basa sul rispetto delle regole (vero elemento obiettivo della gara) e nella loro tutela e applicazione da parte del direttore di gara. Quale è il mezzo attraverso cui l’arbitro si erge a giudice e applica le regole sovrane? Il giudizio inappellabile che, dopo essere stato pronunciato, non è revocabile. Per fortuna sennò le gare non avrebbero mai fine e l’emozione della sconfitta e della vittoria andrebbero perse perché vivono anche del giudizio arbitrale. Il punto di vista dell’arbitro è come quello del filosofo, a 360 gradi, il più possibile onnicomprensivo ma anche consapevole della propria fallibilità che costringe il giudice all’attenzione e alla correttezza in campo: so di poter fallire e cercherò di non farlo nel migliore dei modi possibili.
(n.d.m. ringrazio il mio amico Marco Grena, arbitro, per le opinioni e notizie che hanno contribuito a creare questo articolo)
Ogni giudice lo è in quanto essere umano e persona. Ognuno ha sopra di se la legge sovrana che però interpreta e applica. Ognuno ha una coscienza a cui risponde. Di certo ha un compito impopolare e difficile. In una contemporaneità dove le regole stanno strette, anzi strettissime, dove il gioco è sfogo e divertimento, proporsi come un sostenitore delle stesse e un suo difensore per definizione non rende il compito facile ma necessario. Il giudice di gara fa parte del gioco, ne è il simbolo della tutela delle regole e quindi della sua esecuzione, della sua stessa esistenza. Non esiste gioco senza regole e non ci sono regole senza gioco. L’obiettività è la sua bandiera e l’integrità il suo baluardo.
Il giudice di gara rappresenta l’imparzialità obiettiva possibile per un soggetto. E’ una contraddizione in termini: il soggetto tutela e propone un che di oggettivo ma come sempre lo interpreta e quindi lo fa soggettivamente. Ma l’obiettività deve essere garantita. Allora si chiama in campo la virtu: l’habitus a resistere alla tentazione di preferire questo e quello, di punire al di là del ruolo per idiosincrasia. Ci verrebbe da dire che per essere buoni arbitri bisognerebbe non essere umani, macchine. Infatti la moviola è una macchina, le riprese lo sono ma il giudizio rimane personale, umano. Ognuno giudica se stesso e i propri simili. Una macchina propone un giudizio standardizzato: l’uomo è complesso e anche nel gioco ha bisogno di giudici flessibili che sappiano applicare e interpretare oltre la mera probabilità statistica che la macchina calcola. La soggettività umana, per quanto paradossale possa essere, garantisce la miglior obiettività di giudizio perché conosce e comprende i propri simili. La macchina non ha queste doti. Nel gioco ci sono giocatori e l’arbitro fa parte del gioco, gioca con gli altri. Solo che il suo ruolo è super partes.
Ogni volta che ci si affida ad un giudice unico ci si deve fidare di lui e nell’arbitro è riposta la fiducia di tutti: atleti e pubblico. La fiducia nell’arbitro è la fiducia nell’uomo, nelle sue competenze, nella sua lucidità, nella sua corretta posizione in campo, nel suo giudizio sportivo. Che significa giudizio sportivo? E’ un giudizio che si basa sul rispetto delle regole (vero elemento obiettivo della gara) e nella loro tutela e applicazione da parte del direttore di gara. Quale è il mezzo attraverso cui l’arbitro si erge a giudice e applica le regole sovrane? Il giudizio inappellabile che, dopo essere stato pronunciato, non è revocabile. Per fortuna sennò le gare non avrebbero mai fine e l’emozione della sconfitta e della vittoria andrebbero perse perché vivono anche del giudizio arbitrale. Il punto di vista dell’arbitro è come quello del filosofo, a 360 gradi, il più possibile onnicomprensivo ma anche consapevole della propria fallibilità che costringe il giudice all’attenzione e alla correttezza in campo: so di poter fallire e cercherò di non farlo nel migliore dei modi possibili.
(n.d.m. ringrazio il mio amico Marco Grena, arbitro, per le opinioni e notizie che hanno contribuito a creare questo articolo)
domenica 18 maggio 2008
La bellezza passa dallo sport
L’atleta classico (mi riferisco all’atleta-modello dell’Antica Grecia) aveva un culto perfetto del proprio corpo, preparato con la costanza e finalizzato alla battaglia o ai giochi olimpici e si diceva bello. Dove bello era anche buono nel senso di virtuoso, capace di agire per il meglio in determinate circostanze, valutate con la ragione e realizzate nella pratica con il corpo. Bello e buono in greco (agathon) sono sempre insieme, non si separano; sono ciò che per noi è la mente dal corpo: in dialogo costante, in simbiosi. E allora ciò che appare belle, è bello, di una bellezza costruita, scolpita, si può dire con la costanza, la fatica e il sudore, con l’allenamento. Esibire un corpo bello per lo sportivo è un traguardo, un valore aggiunto, un valore in sé. Un traguardo perché il corpo bello è il corpo armonioso, la sua armonia è frutto di una preparazione equilibrata, costruita attraverso il lavoro della mente sul corpo: la mente esorta il corpo alla fatica, all’equilibrio di una dieta sana e di un allenamento costante ma non forzato, non eccessivo. L’allenamento eccessivo porta ad un corpo sformato, sproporzionato, troppo grosso. L’assenza di armonia indica bruttezza. Il risultato del lavoro sul corpo gratifica la mente con la sua bellezza. Io mi vedo bello e mi sento bello: non solo esteriormente ma interiormente in quanto mi sento sano. Un corpo bello è un corpo sano: buono. C’è una differenza fra la magrezza eccessiva (che patologicamente diviene anoressia) e la magrezza costruita attraverso lo sport. La prima è brutta a vedersi in quanto spigolosa e sproporzionata, la seconda, quando il risultato è buono o addirittura perfetto, è bella a vedersi in quanto armoniosa e ben strutturata. Ciò dà alla mente la gioia che è la letizia del proprio sforzo, dell’aver raggiunto la perfezione della propria esteriorità e dona il piacere del godimento della visione del sé. Il corpo bello aggiunge valore all’atleta che diventa la migliore immagine di sé, la miglior propaganda della propria attività, della propria virtù. Il corpo bello a vedersi è piacevole, tutti ne godono: dall’atleta al pubblico che lo apprezza in campo come fuori, sulle copertine di una rivista. Ecco perché sempre più sportivi sono chiamati dal mondo della moda a presentare un modello di bellezza che è anche buona (sana e virtuosa, ricordiamo l’agathon). Essa è un messaggio positivo educante: Fate sport e sarete belli e buoni, gloriosi e virtuosi. Il corpo bello dello sportivo diventa modello educativo, è presentazione del proprio sudore finalizzato al risultato che si manifesta anche nel bell’effetto che fa. La bellezza è un valore in sé. Il bello è un valore universale di per sé. Da tutti accettato e da tutti apprezzato, goduto; chi possiede la bellezza gode di questo valore. Se la bellezza di un corpo atletico è poi il risultato di un lavoro, di una fatica, diventa virtù, diventa abitudine ad esibirla e quindi a costruirla e a guardarla da parte di chi ne gode, che ne apprezza anche il valore sotteso.
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