giovedì 15 gennaio 2009

i costi dello sport

Parto con alcune affermazioni che ho vissuto , sentito, raccolto: “morto mio padre, la squadra di calcio ha iniziato a retrocedere…era a un passo dalle serie B”. “Morto il padre del mio ragazzo, il club di sci nautico è decaduto fino a chiudere…morto il cane, morta la rabbia!”. “I figli seguono le passioni dei genitori, per loro lo sport è un gioco, lo sci nautico un gioco nell’acqua.”

Lo sport è passione, ma di chi? Dovrebbe esserlo per chi lo pratica e non per chi lo impone; non dovrebbe essere imposto. La passione nasce da dentro  e non puo’ essere un imperativo ipotetico (ossia fai sport, sennò non ti voglio bene o non sei mio figlio). Ero a un passo dalla squadra regionale di atletica e non ci son voluta entrare. Ho letto sul viso di mio padre una delusione tale che ancora oggi non riesco a dimenticare. Per questo quando mio figlio mi dice: “non mi piace lo sport”, lo capisco anche se un po’ di delusione c’è. Non si deve mostrare. Ognuno ha le sue passioni ed è giusto che le coltivi da sé.

Ma veniamo al titolo dell’articolo: la passione basta? Aiuta e aiuta molto; spesso la passione fa superare ostacoli che sembrano insormontabili. Ma lo sci nautico, come altri sport,  è  costoso per chi lo pratica e per chi lo propone. La struttura, la barca, l’istruttore, il meccanico, lo sci costano e i costi non sono definiti da chi pratica lo sport, sono a prescindere. Ci sono alcuni club che cercano di abbattere i costi  con molto sforzo e tanta volontà e alcune belle promozioni. Ma: perché essere soli? Lo stato? In Italia lo sport non si promuove ed è un vero peccato.

Tutto ciò che riguarda la formazione sembra essere dimenticato: dalla scuola allo sport. Una nazione non si forma privatamente, non sarebbe una Nazione. Siamo all’individualismo imperante. Ma esso è già morto…nel settecento!

venerdì 5 dicembre 2008

Controllare le passioni

Quanti sport e quanta passione. Per questo mi piace questo blog e il lavoro che faccio che consiste nell'analisi filosofica della realtà sportiva. Un lettore mi chiede se l'emotività può interagire nel successo sportivo e nel controllo di . Se a parità di condizioni fisiche e ambientali la mente può essere influenzata dalla passioni. Certo! Rispondo io. E lo sport aiuta a controllare emozioni e passione. Addirittura nelle brevi parole lette, si intuisce un alcunché di fondamentale nello sport come nella vita: le passioni possono essere positive o negative come ci insegnava il caro Spinoza, che la sapeva lunga, e sarebbe stato un ottimo sportivo: una macchina per fare sport e rendere al meglio. Le passioni sono energia che influenza il nostro corpo e la nostra mente e quindi la nostra resa. le passioni positive come la gioia inducono ad avere energia in eccesso che si può trasformare in adrenalina. Le passioni negative come la tristezza riducono il nostro benessere psico-fisico e impediscono una buona resa. Ma tutto ciò può essere vero fino a un certo punto e c'è sempre l'eccezione: una passione negativa come la rabbia può indurre a reagire positivamente: per es. in una gara dove la stessa può permettere di aumentare lo sforzo senza dare peso alla fatica. Oppure, come dice il nostro lettore, far tremare l'asta mentre si gioca a biliardo. Il biliardo, si sa, è uno sport di testa, molto cerebrale. Ma tutti gli sport lo sono. Io credo fermamente nella simbiosi di mente e corpo e credo che si influenzino reciprocamente. Il lettore mi chiedeva un rimedio, un metodo per concentrarsi in situazioni in cui l'emotività prende il sopravvento. L'unico rimedio efficace che io conosco è la consapevolezza: conoscere e i propri limiti e imparare a gestirli attraverso l'esercizio. Anche nello sport la virtù è un habitus, più la eserciti , più migliora.

(Grazie a Remo Bassi e al gioco del biliardo per l'ottimo spunto).

sabato 11 ottobre 2008

Stile sportivo, stile di vita

Corro, mi stanco e sono felice. Faccio sci nautico e mi vien da fare la gincana in autostrada (non lo faccio, si intende). Lo sport influenza la mia vita positivamente. Ho constatato di stare meglio, di conoscere meglio il mio corpo e i miei limiti e di sapermi gestire meglio in situazioni stressanti con meno ansia. Il mio fisico e la mia mente si sono abituate alla fatica. Lo stress non mi spaventa, la stanchezza nemmeno. Lo sport mi eccita, mi dà la carica e il brivido del benessere. Quanto avevano ragione i saggi greci che avevano capito tutto molto prima di me: "mens sana in corpore sano". E io che mi ostinavo a non magiare, che pensavo che per stare bene bastasse quello e invece stavo peggio. L'eccesso non porta mai benessere e lo sport insegna: l'equilibrio si raggiunge e diventa un habitus di cui non puoi fare a meno per essere felice come diceva il nostro caro vecchio Aristotele!

giovedì 21 agosto 2008

Un tifoso d'altri tempi

(il gusto retrò del bel calcio)

“Una volta il calcio aveva dalla sua personaggi che hanno fatto dell'etica un vero e proprio baluardo...penso ai vari Scirea, Facchetti...Uomini in campo e fuori...con doti umane oltre che tecniche. Scirea mai un'espulsione nella sua carriera. Pilastro nella Juve del Trap, è diventato l'icona del calcio anni 70...un calcio poetico, spensierato, un hobby, non una professione (ed infatti il calciatore era un secondo mestiere)...Facchetti, esordiente in serie A giovanissimo, che con l'Inter di Herrera vince tutto...in campo sempre gentile, educato pronto a dare la mano all'avversario...insomma personaggi diventati icone di un'epoca...perché avevano fatto un semplice ragionamento: “SPORT=ETICA , ETICA=RISPETTO DI ME STESSO E DEGLI ALTRI”. Queste sono le parole di Moris Sonzogni, tifoso ultra dell’Atalanta. Ultra, avete letto bene. Sfatiamo il mito dell’ultra bruto e ignorante e comprendiamo che, come sempre, non bisogna fare di ogni erba un fascio e che esistono tifosi intelligenti e con principi etici non solo consolidati ma di altri tempi, che vedono addirittura nel calcio la poesia. Cuore nobile, mi direte voi; eccezione, forse. Ma ciò dimostra che lo sport è bello se assume e mantiene i connotati etici per cui è nato: il gioco, il divertimento e il rispetto di sé e dell’altro. Temi che enuncio da sempre e ritrovo sempre più spesso. A ricordare che lo sport non è solo il mercato che spesso si vuol far vedere.

domenica 15 giugno 2008

Il ruolo dell'umile

L’umile abbassa lo sguardo, sostiene l’avversario solo in campo, stringe la mano con cordialità alla fine della gara. La grinta la riserva al campo di gioco, il carattere è concentrato sull’obiettivo, non su stesso. L’umile ha una visione di sé forse troppo modesta. Abbiamo più volte scritto che l’outsider è un grande egocentrico. Ma umile che doti ha? L’amore per quello che fa. Viene donato allo sport, alla vita in campo, alla dedizione, all’allenamento. L’umile è il virtuoso. L’habitus della virtù gli calza a pennello. Non fatica a vedersi sottomettesso alle regole del gioco. Le conosce e le rispetta. Se le cambia? Era giusto così. Il cambio è uscito sul campo e viene dalla correttezza del gesto atletico, magari più potente, magari meglio calibrato. Mai scorretto. L’umile ha rispetto all’outsider una carta vincente paradossale: Si accontenta. Quindi digerisce meglio le sconfitte e sa farne tesoro per i momenti futuri. Quando vince? Dedica la vittoria a chi gli sta intorno e questo lo rende grande, più di qualsiasi campione del mondo.

(P.S. Ringrazio Gianluca Pantano, tennista lombardo, per avermi concesso un'intervista da cui è tratto questo articolo.)

lunedì 2 giugno 2008

Vi aspetto

presenterò il mio libro e l'attività di sci nautico nelle scuole superiori svoltasi durante l'anno scolastico 2007-2008 in collaborazione con la water ski di San gervasio B.no e ci sarà anche una simulazione di consulenza filosofica applicata allo sport.
Cliccate qui per vedere dove
il 5 luglio alle ore 19.00

domenica 25 maggio 2008

un giudice soggettivo

Un giudice soggettivo

Ogni giudice lo è in quanto essere umano e persona. Ognuno ha sopra di se la legge sovrana che però interpreta e applica. Ognuno ha una coscienza a cui risponde. Di certo ha un compito impopolare e difficile. In una contemporaneità dove le regole stanno strette, anzi strettissime, dove il gioco è sfogo e divertimento, proporsi come un sostenitore delle stesse e un suo difensore per definizione non rende il compito facile ma necessario. Il giudice di gara fa parte del gioco, ne è il simbolo della tutela delle regole e quindi della sua esecuzione, della sua stessa esistenza. Non esiste gioco senza regole e non ci sono regole senza gioco. L’obiettività è la sua bandiera e l’integrità il suo baluardo.
Il giudice di gara rappresenta l’imparzialità obiettiva possibile per un soggetto. E’ una contraddizione in termini: il soggetto tutela e propone un che di oggettivo ma come sempre lo interpreta e quindi lo fa soggettivamente. Ma l’obiettività deve essere garantita. Allora si chiama in campo la virtu: l’habitus a resistere alla tentazione di preferire questo e quello, di punire al di là del ruolo per idiosincrasia. Ci verrebbe da dire che per essere buoni arbitri bisognerebbe non essere umani, macchine. Infatti la moviola è una macchina, le riprese lo sono ma il giudizio rimane personale, umano. Ognuno giudica se stesso e i propri simili. Una macchina propone un giudizio standardizzato: l’uomo è complesso e anche nel gioco ha bisogno di giudici flessibili che sappiano applicare e interpretare oltre la mera probabilità statistica che la macchina calcola. La soggettività umana, per quanto paradossale possa essere, garantisce la miglior obiettività di giudizio perché conosce e comprende i propri simili. La macchina non ha queste doti. Nel gioco ci sono giocatori e l’arbitro fa parte del gioco, gioca con gli altri. Solo che il suo ruolo è super partes.
Ogni volta che ci si affida ad un giudice unico ci si deve fidare di lui e nell’arbitro è riposta la fiducia di tutti: atleti e pubblico. La fiducia nell’arbitro è la fiducia nell’uomo, nelle sue competenze, nella sua lucidità, nella sua corretta posizione in campo, nel suo giudizio sportivo. Che significa giudizio sportivo? E’ un giudizio che si basa sul rispetto delle regole (vero elemento obiettivo della gara) e nella loro tutela e applicazione da parte del direttore di gara. Quale è il mezzo attraverso cui l’arbitro si erge a giudice e applica le regole sovrane? Il giudizio inappellabile che, dopo essere stato pronunciato, non è revocabile. Per fortuna sennò le gare non avrebbero mai fine e l’emozione della sconfitta e della vittoria andrebbero perse perché vivono anche del giudizio arbitrale. Il punto di vista dell’arbitro è come quello del filosofo, a 360 gradi, il più possibile onnicomprensivo ma anche consapevole della propria fallibilità che costringe il giudice all’attenzione e alla correttezza in campo: so di poter fallire e cercherò di non farlo nel migliore dei modi possibili.

(n.d.m. ringrazio il mio amico Marco Grena, arbitro, per le opinioni e notizie che hanno contribuito a creare questo articolo)