giovedì 9 novembre 2023

Io Yogo, tu Yoghi, egli Yoga

La pratica dello yoga, antica e saggia, va di moda oggi più che mai. In un tempo effimero e breve come il nostro lo yoga riporta nella dimensione dell'onirica eternità. Si esce dal tempo-momento per entrare nel tempo eterno dell'io in accordo con il mondo e in pace con il proprio fluire che corrompe. Con lo yoga ci si sente in sintonia con l'esterno per un tempo-spazio eterno che proietta il nostro corpo nell'eternità anche solo per poco, finché si esercita la pratica. E' una sensazione di uscita dal sé temporale per entrare nella dimensione del sé eterno, in pace con il mondo e con il proprio io contratto che si scioglie. Ci si dimentica del problema, del pensiero e si medita nella pace eterna della quiete. Semplicemente sublime! Da praticare quotidianamente

domenica 3 gennaio 2016

Basta fare


Risultati immagini per ginnasticaLa forma fisica è una necessità del tempo quotidiano e del mondo contemporaneo: bisogna essere e apparire belli e in forma. Ma forse non si riflette mai abbastanza sul fatto che la forma fisica è sopratutto salute e ben vivere. Quindi introduciamo il 2016 con un buon proposito: basta fare. Che cosa? attività fisica regolare ed educata. Gestire il proprio corpo significa saperlo rispettare. Bisogna trovare un'attività che ci è congeniale e praticarla.: passeggiare, andare in bici, fare jogging, fare zumba o ballare o nuotare. Basta fare. Regolarmente e con intelligenza,  con temperanza. Ciò significa che bisogna comprendere i margini a cui possiamo arrivare. Non fare un'ora di camminata se reggiamo dieci minuti. Incominciamo con dieci minuti e poi intensificheremo ciò che ci piace di più: la passeggiata nel bosco potrà diventare di un quarto d'ora nel giro di pochi giorni e di un'ora nel giro di due mesi. Amiamo ballare? Perchè no. Una o due volte la settimana si può fare, L'importante è muoversi divertendosi e usando la nostra muscolatura al meglio. Per questo, se è possibile, bisogna variare l'attività e praticare sport diversi. Il nostro corpo ha bisogno di muoversi in tutte le sue componenti come un'auto che non va trascurata per rendere al meglio. Cartesio diceva che il nostro corpo ha un meccanismo perfetto; è vero ma è anche un grande muscolo con mille dettagli da curare che vanno tutti considerati. Non infiammare ma muovere. Questo deve essere il nostro motto per il 2016: ponderare quanto possiamo fare e farlo con passione. Solo così saremo gratificati e la nostra mente ne godrà perchè ne subirà il beneficio e noi saremo rilassati e felici. La mente può tutto ma non sopporta un corpo inadeguato. Adeguiamolo alla nostra mente, ai nostri gusti e alle nostre passioni sane. Lui ci gratificherà con un bell'aspetto che tutti guarderanno benevolmente.

giovedì 31 gennaio 2013

Il ben-essere



Il ben-essere
è lo scopo della vita, dello sport, della società, dell'individuo.
Ogni sportivo sa che senza di esso non si rende, non si raggiunge il risultato adeguato, non si è soddisfatti. Si lavora ogni giorno per il ben-essere. Perchè distinguo il termine? Perchè significa il bene che è. Cosa serve a uno sportivo per raggiungerlo? Innanzitutto serenità mentale, salute fisica, un ambiente favorevole e una struttura che lo sorregga. Sono necessari tutti questi elementi per raggiungere la vittoria e con essa il ben-essere. Ogni atleta punta alla vittoria; non intendo solo vincere una gara ma vincere contro se stessi e per se stessi effettuando prestazioni migliori, sempre più soddisfacenti, sempre più buone. L'atleta lavora su di sè e si allena costantemente ma deve avere intorno a sè un ambiente sano per poter agire al meglio. Basta una stortura e la vita dell'atleta è in pericolo così come il suo benessere. la stortura può venire dall'interno o dall'esterno. Dall'interno: l'incostanza, un dolore, la mancanza di concentrazione. Dall'esterno: la mancanza di una struttura solida che lo sostenga, di un ambiente sano che ne tuteli la vita di atleta. Gli antichi romani e i greci sapevano bene che un ambiente sano favoriva la prestazione ed educavano i loro giovani alla cultura della persona, delle leggi e del fisico per avere il meglio dentro e fuori sè, per l'individuo , l'atleta , la persona, la società. Un buon individuo è un buon atleta ed è un buon membro della società, lavora per essa e non mette in discussione la regola o le regole, le conosce talmente bene e ne valuta fin da piccolo l'integrità che, una volta adulto, combatte per esse come fosse la cosa più naturale. Il fine è il benessere. Una società malata, grande o piccola che sia, non porta benessere, porta confusione e corruzione e quindi mal-essere. Come si fa a costruire una società sana? Rispettando le leggi. Non solo quelle scritte , ma quelle naturali , della ragione, dell'onore e della lealtà. E lo si fa per il principio naturale che il ben-essere porta ben-essere e il contrario, il contrario ossia il mal-essere: le vendette e la corruzione. Una società sana si misura nel grande e nel piccolo: nella famiglia così come nello stato, e nelle associazioni che lo compongono , anche quelle sportive. Lo sci nautico deve lavorare per avere una comunità sana perché essa porta al ben-essere che fa bene, a tutti: all'atleta e a chi lo sostiene, lo regge, lo incita, lo allena, lo giudica, lo gestisce.

martedì 22 novembre 2011

Corpo mio, non incepparti mai...



Un corpo allenato è bello a vedersi soprattutto se l’allenamento lo ha reso armonioso. Come in ogni cosa l’armonia denuncia la bellezza e la esalta e quindi qualsiasi esagerazione la sminuisce: muscoli troppo evidenti e sproporzionati infastidiscono. Come a dire: il troppo stroppia. Ma se si verifica un deficit? Pensiamo sempre al troppo e non alla carenza. Mi spiego: se il nostro corpo è poco sviluppato? Per es.: è troppo magro? È sgraziato comunque. L’equilibrio sta nel mezzo. Fino a qui non vi dico niente di nuovo.

Le mie sono riflessioni basate sull’esperienza dovuta alla mia quotidianità. Ho potuto appurare di aver mantenuto nel tempo un corpo ben sviluppato, allenato e armonioso. E’ da un po’ di tempo però che soffro di problemi intestinali. Il mio corpo appare gonfio al ventre e per questo non così armonioso come vorrei e il mio volto appare affaticato, segno della sofferenza o dell’instabilità, del mancato benessere psico-fisico. Ciò che provo è fonte di stress e il tutto degenera in smorfie e stanchezza oramai cronica. Non è sempre così anche perché mi sto curando. Ma a volte la sensazione di spossatezza prevale sulla mia volontà di guarire e io appaio disarmonica. Questa è una mera valutazione estetica del mio io ma la cosa più rilevante è come sto. Il mio organismo inceppato non mi permette di svolgere una corretta attività fisica, denuncio spossatezza e altri piccoli disturbi che si riflettono sul mio aspetto esteriore. Ma non solo: anche sul mio umore. Influenzano la mia psiche: sono svogliata e inattiva, io che sono invece solitamente iperattiva. Probabilmente i l mio corpo mi sta dicendo qualcosa: riposati e curati. Lo devo ascoltare. Basta un piccolo inceppo in un meccanismo perfetto e tutto sballa, riflettendosi in ogni dove: aspetto interiore ed esteriore. Lo sostengo da sempre anche quando incontro i miei consultanti durante le sedute di consulenza e i nostri dialoghi: la cura di se stessi parte dall’esterno: una bella pelle e un fisico tonico ma deve penetrare all’interno per essere consapevoli di tutto ciò che non va; scoperto il malumore, lo si risolve. La consapevolezza è il primo passo per la soluzione e poi ci sono le decisioni da prendere. Ma sapere già perché si sta male è un ottimo punto da cui partire. Non si deve perdere la fiducia nè la pazienza: si deve individuare la causa e risolvere il problema. La consapevolezza è il primo passo verso la guarigione. E allora via: una chiacchierata con un esperto e una cura adeguata aiutano.

lunedì 8 novembre 2010

Un ambiente familiare aiuta lo sportivo?


Conta l’ambiente?
Un ambiente familiare aiuta sempre lo sportivo? Come in ogni interazione che si trasforma in una relazione ossia in un rapporto duraturo vi sono dei pro e dei contro. Pro: l’affettività viene stimolata in un ambiente familiare e l’autostima viene valorizzata dall’affetto. Il cosiddetto calore umano crea un ambiente piacevole che stimola la ricreazione e il divertimento, componenti essenziali dell’attività sportiva. Tali componenti , associate alla troppa benevolenza, possono divenire difetti: il troppo affetto abbassa le difese, aumenta la fiducia in sé che diventa a volte eccessiva, non stimola l’impegno. L’impegno ha bisogno della carota ma anche del bastone, esso viene stimolato se, chi lo pretende, sa mantenere il giusto distacco determinato dal ruolo autoritario. L’ambiente familiare deve essere un equilibrio fra affetto e autorevolezza. Infatti una famiglia si dice buona se ci sono entrambe le componenti. Sono stata di recente a Caccamo, precisamente nel centro sportivo di Caccamo. Ho trovato queste due componenti: autorevolezza e familiarità. Il clima e l’ambiente della Sicilia aiutano l’amalgamarsi dei due elementi: vi è il calore del sole ma anche l’aridità del clima. Potremmo spostare il tutto al nord e dire: vi è la mitezza del clima e la sua rigidità. Come a dire: l’ambiente che conta è quello gestito dalle persone. Se, chi conduce l’attività e guida i giovani ragazzi allo sport non esercita entrambe le componenti , ha fallito. Sfoggerà atleti superbi o castrati. E ciò sarà negativo per il loro rendimento ma anche per la formazione del sé. Una persona giovane ha bisogno di modelli, impara dai modelli più che dalle parole. Se il modello è in equilibrio e dosa il bastone e la carota appunto, tale persona diverrà molto probabilmente un atleta equilibrato, che saprà dosare coraggio e calma perché le avrà apprese grazie all’autorevolezza e alla familiarità dell’ambiente in cui è cresciuto. Conosco una persona così, e gli sono molta grata. Si chiama Genadi Guralia.

sabato 20 marzo 2010

Ballare sull'acqua


Le figure sono la danza dello sci nautico. Rubano al pattinaggio giri e salti. Rendono la disciplina dolce e piacevole allo sguardo. Il tutto si riduce in una tratto breve che dura solo 20 secondi. Ma sono momenti di piroette (360 g, 540 g, 720g) e salti (flips); dove la tecnica conta ma ci vuole anche forza, grazia ed equilibrio. L'atleta emerge in tutta la sua figura che viene esaltata dal gesto: il salto o la piroetta, e viene enfatizzata dal gioco di acqua e sole. Le figure sono sempre al centro degli sguardi di coloro che amano la disciplina, che aspettano l'esecuzione perfetta di un front flip (salto in avanti) o di uno ski line (si fa passare la corda sotto lo sci e l'atleta salta, compiendo un mezzo giro o un giro completo e via di seguito). Peccato che nelle valutazioni sia priviliegiata la quantità di figure eseguite in rapida successione e la difficoltà tecnica di ciascuna di esse, senza però dare spazio alla bella esecuzione che dovrebbe essere valutata. L'atleta dello sci nautico in figura diventa un artista e interpreta uno stile di danza sull'acqua. Dopo il pattinaggio è uno degli spettacoli più belli a vedersi.

sabato 2 gennaio 2010

Lo sport diventa ......

Ci sono varie forme di droga, non solo le classiche dipendenze da eroina o cocaina. La droga è un dipendere da altro per essere felici. La droga è un bisogno e un desiderio perenne perché l’uomo ha bisogno dell’altro e desidera sempre. L’altro assume la forma di droga quando se ne diventa dipendenti. La droga può essere il fumo, l’alcool ma anche lo shopping o lo sport. Certo anche lo sport è una droga. Si gioca, si gioca e non si vorrebbe mai smettere. Come il gioco d’azzardo anche nello sport si scommette su se stessi e sulle proprie capacità, sui propri limiti. A volte si vince a volte si perde ma si continua a giocare finché si riesce, finché si può. Il bisogno che ha l’uomo di misurarsi e di trascendersi e di cercare sempre la soddisfazione del sé lo spinge a cercare nuove forme di soddisfacimento e se si crea una dipendenza, esse diventano droga.

Come in ogni realtà anche nello sport vi è il bisogno di realizzarsi ma deve essere gestito attraverso l'abito dell'equilibrio, pena il trascendere se stessi e le proprie potenzialità, danneggiandosi.

sabato 14 novembre 2009

La festa dello sport

Una sagra paesana prevalentemente estiva ci ricorda un connotato dello sport: l'aria di festa, la gioia che procura la passione. Lo sport è catartico come la tragedia greca e procura diletto come Le Olimpiadi ci insegnano. Eppure non basta una festa per capire questo. Abbisogniamo di una riflessione più profonda e dell'esempio straniero. Già, perché noi italiani, maestri di cultura, non siamo maestri di sport. Ma come? Non abbiamo sfornato campioni olimpici e mondiali? Certo, certo che lo abbiamo fatto. Ma appena c'è una sconfitta nel calcio siamo pronti a criticare e non sappiamo proprio appassionarci ad altri sport che sono tutti di nicchia. O non è così...
Guardando oggi il tifo alla partita di rugby non sembra più così. Uomini così massicci che danno un esempio di civiltà, che i nostri privilegiati calciatori in rare occasioni hanno saputo regalare. Ma lo sport è questo, è gioia è divertimento. Spesso, troppo spesso lo abbiamo dimenticato. Inutili striscioni ricordano morti ultras. Sono tragedie che hanno delle colpe ma non sono lontane da coloro che si definiscono...così sportivi. Lo sport è altro, il tifo è amicizia e condivisione, non lotta. La lotta si gioca sul campo e da fuori si purificano le ansie e lo stress. Non si dovrebbe accumularlo. Noi siamo fedeli al calcio, ma siamo sicuri che il calcio sia così fedele a noi? Riscopriamo tutto lo sport e cominciamo a valorizzare le nostre infinite potenziali risorse che in questo, come in altri ben più noti settori, al solito sono nascoste.

Piccolo suggerimento, andate a questo link per vedere come si ama uno sport...con gioia.
http://www.youtube.com/watch?v=hPN0Mn0lH90&feature=player_embedded

giovedì 15 gennaio 2009

i costi dello sport

Parto con alcune affermazioni che ho vissuto , sentito, raccolto: “morto mio padre, la squadra di calcio ha iniziato a retrocedere…era a un passo dalle serie B”. “Morto il padre del mio ragazzo, il club di sci nautico è decaduto fino a chiudere…morto il cane, morta la rabbia!”. “I figli seguono le passioni dei genitori, per loro lo sport è un gioco, lo sci nautico un gioco nell’acqua.”

Lo sport è passione, ma di chi? Dovrebbe esserlo per chi lo pratica e non per chi lo impone; non dovrebbe essere imposto. La passione nasce da dentro  e non puo’ essere un imperativo ipotetico (ossia fai sport, sennò non ti voglio bene o non sei mio figlio). Ero a un passo dalla squadra regionale di atletica e non ci son voluta entrare. Ho letto sul viso di mio padre una delusione tale che ancora oggi non riesco a dimenticare. Per questo quando mio figlio mi dice: “non mi piace lo sport”, lo capisco anche se un po’ di delusione c’è. Non si deve mostrare. Ognuno ha le sue passioni ed è giusto che le coltivi da sé.

Ma veniamo al titolo dell’articolo: la passione basta? Aiuta e aiuta molto; spesso la passione fa superare ostacoli che sembrano insormontabili. Ma lo sci nautico, come altri sport,  è  costoso per chi lo pratica e per chi lo propone. La struttura, la barca, l’istruttore, il meccanico, lo sci costano e i costi non sono definiti da chi pratica lo sport, sono a prescindere. Ci sono alcuni club che cercano di abbattere i costi  con molto sforzo e tanta volontà e alcune belle promozioni. Ma: perché essere soli? Lo stato? In Italia lo sport non si promuove ed è un vero peccato.

Tutto ciò che riguarda la formazione sembra essere dimenticato: dalla scuola allo sport. Una nazione non si forma privatamente, non sarebbe una Nazione. Siamo all’individualismo imperante. Ma esso è già morto…nel settecento!

venerdì 5 dicembre 2008

Controllare le passioni

Quanti sport e quanta passione. Per questo mi piace questo blog e il lavoro che faccio che consiste nell'analisi filosofica della realtà sportiva. Un lettore mi chiede se l'emotività può interagire nel successo sportivo e nel controllo di . Se a parità di condizioni fisiche e ambientali la mente può essere influenzata dalla passioni. Certo! Rispondo io. E lo sport aiuta a controllare emozioni e passione. Addirittura nelle brevi parole lette, si intuisce un alcunché di fondamentale nello sport come nella vita: le passioni possono essere positive o negative come ci insegnava il caro Spinoza, che la sapeva lunga, e sarebbe stato un ottimo sportivo: una macchina per fare sport e rendere al meglio. Le passioni sono energia che influenza il nostro corpo e la nostra mente e quindi la nostra resa. le passioni positive come la gioia inducono ad avere energia in eccesso che si può trasformare in adrenalina. Le passioni negative come la tristezza riducono il nostro benessere psico-fisico e impediscono una buona resa. Ma tutto ciò può essere vero fino a un certo punto e c'è sempre l'eccezione: una passione negativa come la rabbia può indurre a reagire positivamente: per es. in una gara dove la stessa può permettere di aumentare lo sforzo senza dare peso alla fatica. Oppure, come dice il nostro lettore, far tremare l'asta mentre si gioca a biliardo. Il biliardo, si sa, è uno sport di testa, molto cerebrale. Ma tutti gli sport lo sono. Io credo fermamente nella simbiosi di mente e corpo e credo che si influenzino reciprocamente. Il lettore mi chiedeva un rimedio, un metodo per concentrarsi in situazioni in cui l'emotività prende il sopravvento. L'unico rimedio efficace che io conosco è la consapevolezza: conoscere e i propri limiti e imparare a gestirli attraverso l'esercizio. Anche nello sport la virtù è un habitus, più la eserciti , più migliora.

(Grazie a Remo Bassi e al gioco del biliardo per l'ottimo spunto).

sabato 11 ottobre 2008

Stile sportivo, stile di vita

Corro, mi stanco e sono felice. Faccio sci nautico e mi vien da fare la gincana in autostrada (non lo faccio, si intende). Lo sport influenza la mia vita positivamente. Ho constatato di stare meglio, di conoscere meglio il mio corpo e i miei limiti e di sapermi gestire meglio in situazioni stressanti con meno ansia. Il mio fisico e la mia mente si sono abituate alla fatica. Lo stress non mi spaventa, la stanchezza nemmeno. Lo sport mi eccita, mi dà la carica e il brivido del benessere. Quanto avevano ragione i saggi greci che avevano capito tutto molto prima di me: "mens sana in corpore sano". E io che mi ostinavo a non magiare, che pensavo che per stare bene bastasse quello e invece stavo peggio. L'eccesso non porta mai benessere e lo sport insegna: l'equilibrio si raggiunge e diventa un habitus di cui non puoi fare a meno per essere felice come diceva il nostro caro vecchio Aristotele!

giovedì 21 agosto 2008

Un tifoso d'altri tempi

(il gusto retrò del bel calcio)

“Una volta il calcio aveva dalla sua personaggi che hanno fatto dell'etica un vero e proprio baluardo...penso ai vari Scirea, Facchetti...Uomini in campo e fuori...con doti umane oltre che tecniche. Scirea mai un'espulsione nella sua carriera. Pilastro nella Juve del Trap, è diventato l'icona del calcio anni 70...un calcio poetico, spensierato, un hobby, non una professione (ed infatti il calciatore era un secondo mestiere)...Facchetti, esordiente in serie A giovanissimo, che con l'Inter di Herrera vince tutto...in campo sempre gentile, educato pronto a dare la mano all'avversario...insomma personaggi diventati icone di un'epoca...perché avevano fatto un semplice ragionamento: “SPORT=ETICA , ETICA=RISPETTO DI ME STESSO E DEGLI ALTRI”. Queste sono le parole di Moris Sonzogni, tifoso ultra dell’Atalanta. Ultra, avete letto bene. Sfatiamo il mito dell’ultra bruto e ignorante e comprendiamo che, come sempre, non bisogna fare di ogni erba un fascio e che esistono tifosi intelligenti e con principi etici non solo consolidati ma di altri tempi, che vedono addirittura nel calcio la poesia. Cuore nobile, mi direte voi; eccezione, forse. Ma ciò dimostra che lo sport è bello se assume e mantiene i connotati etici per cui è nato: il gioco, il divertimento e il rispetto di sé e dell’altro. Temi che enuncio da sempre e ritrovo sempre più spesso. A ricordare che lo sport non è solo il mercato che spesso si vuol far vedere.

domenica 15 giugno 2008

Il ruolo dell'umile

L’umile abbassa lo sguardo, sostiene l’avversario solo in campo, stringe la mano con cordialità alla fine della gara. La grinta la riserva al campo di gioco, il carattere è concentrato sull’obiettivo, non su stesso. L’umile ha una visione di sé forse troppo modesta. Abbiamo più volte scritto che l’outsider è un grande egocentrico. Ma umile che doti ha? L’amore per quello che fa. Viene donato allo sport, alla vita in campo, alla dedizione, all’allenamento. L’umile è il virtuoso. L’habitus della virtù gli calza a pennello. Non fatica a vedersi sottomettesso alle regole del gioco. Le conosce e le rispetta. Se le cambia? Era giusto così. Il cambio è uscito sul campo e viene dalla correttezza del gesto atletico, magari più potente, magari meglio calibrato. Mai scorretto. L’umile ha rispetto all’outsider una carta vincente paradossale: Si accontenta. Quindi digerisce meglio le sconfitte e sa farne tesoro per i momenti futuri. Quando vince? Dedica la vittoria a chi gli sta intorno e questo lo rende grande, più di qualsiasi campione del mondo.

(P.S. Ringrazio Gianluca Pantano, tennista lombardo, per avermi concesso un'intervista da cui è tratto questo articolo.)

lunedì 2 giugno 2008

Vi aspetto

presenterò il mio libro e l'attività di sci nautico nelle scuole superiori svoltasi durante l'anno scolastico 2007-2008 in collaborazione con la water ski di San gervasio B.no e ci sarà anche una simulazione di consulenza filosofica applicata allo sport.
Cliccate qui per vedere dove
il 5 luglio alle ore 19.00

domenica 25 maggio 2008

un giudice soggettivo

Un giudice soggettivo

Ogni giudice lo è in quanto essere umano e persona. Ognuno ha sopra di se la legge sovrana che però interpreta e applica. Ognuno ha una coscienza a cui risponde. Di certo ha un compito impopolare e difficile. In una contemporaneità dove le regole stanno strette, anzi strettissime, dove il gioco è sfogo e divertimento, proporsi come un sostenitore delle stesse e un suo difensore per definizione non rende il compito facile ma necessario. Il giudice di gara fa parte del gioco, ne è il simbolo della tutela delle regole e quindi della sua esecuzione, della sua stessa esistenza. Non esiste gioco senza regole e non ci sono regole senza gioco. L’obiettività è la sua bandiera e l’integrità il suo baluardo.
Il giudice di gara rappresenta l’imparzialità obiettiva possibile per un soggetto. E’ una contraddizione in termini: il soggetto tutela e propone un che di oggettivo ma come sempre lo interpreta e quindi lo fa soggettivamente. Ma l’obiettività deve essere garantita. Allora si chiama in campo la virtu: l’habitus a resistere alla tentazione di preferire questo e quello, di punire al di là del ruolo per idiosincrasia. Ci verrebbe da dire che per essere buoni arbitri bisognerebbe non essere umani, macchine. Infatti la moviola è una macchina, le riprese lo sono ma il giudizio rimane personale, umano. Ognuno giudica se stesso e i propri simili. Una macchina propone un giudizio standardizzato: l’uomo è complesso e anche nel gioco ha bisogno di giudici flessibili che sappiano applicare e interpretare oltre la mera probabilità statistica che la macchina calcola. La soggettività umana, per quanto paradossale possa essere, garantisce la miglior obiettività di giudizio perché conosce e comprende i propri simili. La macchina non ha queste doti. Nel gioco ci sono giocatori e l’arbitro fa parte del gioco, gioca con gli altri. Solo che il suo ruolo è super partes.
Ogni volta che ci si affida ad un giudice unico ci si deve fidare di lui e nell’arbitro è riposta la fiducia di tutti: atleti e pubblico. La fiducia nell’arbitro è la fiducia nell’uomo, nelle sue competenze, nella sua lucidità, nella sua corretta posizione in campo, nel suo giudizio sportivo. Che significa giudizio sportivo? E’ un giudizio che si basa sul rispetto delle regole (vero elemento obiettivo della gara) e nella loro tutela e applicazione da parte del direttore di gara. Quale è il mezzo attraverso cui l’arbitro si erge a giudice e applica le regole sovrane? Il giudizio inappellabile che, dopo essere stato pronunciato, non è revocabile. Per fortuna sennò le gare non avrebbero mai fine e l’emozione della sconfitta e della vittoria andrebbero perse perché vivono anche del giudizio arbitrale. Il punto di vista dell’arbitro è come quello del filosofo, a 360 gradi, il più possibile onnicomprensivo ma anche consapevole della propria fallibilità che costringe il giudice all’attenzione e alla correttezza in campo: so di poter fallire e cercherò di non farlo nel migliore dei modi possibili.

(n.d.m. ringrazio il mio amico Marco Grena, arbitro, per le opinioni e notizie che hanno contribuito a creare questo articolo)

domenica 18 maggio 2008

La bellezza passa dallo sport

L’atleta classico (mi riferisco all’atleta-modello dell’Antica Grecia) aveva un culto perfetto del proprio corpo, preparato con la costanza e finalizzato alla battaglia o ai giochi olimpici e si diceva bello. Dove bello era anche buono nel senso di virtuoso, capace di agire per il meglio in determinate circostanze, valutate con la ragione e realizzate nella pratica con il corpo. Bello e buono in greco (agathon) sono sempre insieme, non si separano; sono ciò che per noi è la mente dal corpo: in dialogo costante, in simbiosi. E allora ciò che appare belle, è bello, di una bellezza costruita, scolpita, si può dire con la costanza, la fatica e il sudore, con l’allenamento. Esibire un corpo bello per lo sportivo è un traguardo, un valore aggiunto, un valore in . Un traguardo perché il corpo bello è il corpo armonioso, la sua armonia è frutto di una preparazione equilibrata, costruita attraverso il lavoro della mente sul corpo: la mente esorta il corpo alla fatica, all’equilibrio di una dieta sana e di un allenamento costante ma non forzato, non eccessivo. L’allenamento eccessivo porta ad un corpo sformato, sproporzionato, troppo grosso. L’assenza di armonia indica bruttezza. Il risultato del lavoro sul corpo gratifica la mente con la sua bellezza. Io mi vedo bello e mi sento bello: non solo esteriormente ma interiormente in quanto mi sento sano. Un corpo bello è un corpo sano: buono. C’è una differenza fra la magrezza eccessiva (che patologicamente diviene anoressia) e la magrezza costruita attraverso lo sport. La prima è brutta a vedersi in quanto spigolosa e sproporzionata, la seconda, quando il risultato è buono o addirittura perfetto, è bella a vedersi in quanto armoniosa e ben strutturata. Ciò dà alla mente la gioia che è la letizia del proprio sforzo, dell’aver raggiunto la perfezione della propria esteriorità e dona il piacere del godimento della visione del . Il corpo bello aggiunge valore all’atleta che diventa la migliore immagine di sé, la miglior propaganda della propria attività, della propria virtù. Il corpo bello a vedersi è piacevole, tutti ne godono: dall’atleta al pubblico che lo apprezza in campo come fuori, sulle copertine di una rivista. Ecco perché sempre più sportivi sono chiamati dal mondo della moda a presentare un modello di bellezza che è anche buona (sana e virtuosa, ricordiamo l’agathon). Essa è un messaggio positivo educante: Fate sport e sarete belli e buoni, gloriosi e virtuosi. Il corpo bello dello sportivo diventa modello educativo, è presentazione del proprio sudore finalizzato al risultato che si manifesta anche nel bell’effetto che fa. La bellezza è un valore in sé. Il bello è un valore universale di per sé. Da tutti accettato e da tutti apprezzato, goduto; chi possiede la bellezza gode di questo valore. Se la bellezza di un corpo atletico è poi il risultato di un lavoro, di una fatica, diventa virtù, diventa abitudine ad esibirla e quindi a costruirla e a guardarla da parte di chi ne gode, che ne apprezza anche il valore sotteso.

lunedì 28 aprile 2008

L'atleta e la sua grupie

L’atleta e la sua grupie
Nello sport troviamo un modello del passato che si rinnova

Ho già parlato altrove del tifo. Come al solito mi concentro sul rapporto che sussiste fra atleta e il suo mondo e sulla relazione che si crea fra l’atleta e chi dialoga e interagisce con lui. Ho notato che soprattutto nel mondo del calcio e in maniera meno evidente in altri sport come il ciclismo, l’automobilismo e il motociclismo l’atleta è seguito da un tifo particolare, quello della grupie.
Rubo il termine alla musica per definire una fan che entra nella vita privata del suo eroe e stabilisce con lui un dialogo intimo che va al di là della sua presenza sul campo di gara e del suo ruolo di incitatrice. Parlo prevalentemente al femminile perché è un fenomeno, quello della grupie sportiva, che secondo me si manifesta solo in presenza di atleti maschi. La grupie è una donna ed assume alcuni stereotipi femminili duri a morire: è il bell’oggetto accanto all’idolo. Non me ne vogliano le tifose che leggeranno perché non mi riferisco a tutte le donne ma solo ad una tipologia e perché se osserveranno il mondo che frequenta, si renderanno conto che questo che descrivo è un fenomeno in evoluzione e presente nei luoghi sportivi. In evoluzione perché la grupie è spesso ora come allora una testa pensante, non solo un oggetto e usa sé come oggetto piuttosto perciò la grupie non solo si organizza ma segue e programma la propria attività di fan divenendo essa stessa fenomeno di moda accanto a chi è oggetto di comunicazione: l’atleta. In evoluzione perché la grupie da spettatrice passiva assume spesso il ruolo di consulente e compagna dell’atleta a lei vicino.
Perché si verifica il fenomeno grupie-atleta? Quali connotati evidenzia tale relazione? Proviamo a rifletterci. Innanzi tutto la grupie e non le grupie: una sola persona segue accanitamente il suo eroe e spesso condivide con lui vita pubblica e privata. Può essere una fan che poi approfondisce la relazione al di là del campo di gara o una persona conosciuta privatamente che diviene la prima fan dell’atleta, colei che ne condivide gioie e dolori in campo e fuori. Poterebbe essere semplicemente la sua compagna di vita e spesso ciò accade. Ma la grupie nasce con altre esigenze che accompagnano sia lei che colui che gode delle sue attenzioni. La grupie vede nell’atleta l’oggetto del desiderio; l’eroe che vince in battaglia e la fa sognare. La componente erotica di questo rapporto è molto forte e sicuramente molto piacevole per entrambi: lei si identifica nell’eroe vincente, lui ha il suo trofeo da esibire. La grupie diviene essa stessa oggetto del desiderio dell’atleta che con lei stabilisce un dialogo prevalentemente corporeo; esso si basa sugli sguardi e le intese sul campo di gara e sul contatto fisico fuori dal campo. Ciò non esclude una relazione più stabile e meno carnale ma il tutto parte dal corpo. Il senso del possesso prevalentemente maschile viene sfogato dall’atleta grazie al possesso della grupie, essa incarna nello stesso tempo la donna oggetto, ideale maschile, la donna trofeo. D’altra parte la grupie sportiva ama il suo eroe, lo apprezza proprio perché modello vincente, anch’esso, se vogliamo, da esibire come trofeo e il gioco delle parti si inverte: tu sei il mio oggetto e io sono fiera e godo delle tue prestazioni che io non riesco a raggiungere non voglio raggiungere, le vivo attraverso il tuo gesto atletico che diviene eroico e quindi da mitizzare e esaltare. Tu godi della mi bella presenza e te ne vanti quasi io fossi una continuazione della vittoria che dal capo si porta fuori campo. Se la relazione fra i due si stabilizza e il dialogo si approfondisce il ruolo di grupie è terminato e lei diventa la donna del campione.